Mi verrebbe voglia di ritirare fuori vecchi slogan degli anni Settanta, come “Lotta dura senza paura”. Questa sembra essere la posizione della Cgil, che anche dopo il voto alla Camera non vuole chiedere il doloroso capitolo del Jobs Act.

Il sindacato di Susanna Camusso è pronto a valutare “la possibilità di un ricorso alla Corte di Giustizia Europea: le nuove regole sul lavoro violano gli articoli 30 e 31 della Carta di Nizza” – le parole ovviamente sono del suo segretario.

Se il ricorso ci sarà è ancora da vedere perché come dice sempre la Camusso “Ci penseremo, ci proveremo. Ma c’è bisogno di capire come vengono scritti i decreti“.

La segretaria della Cgil non perde l’occasione anche per tirare in ballo per l’ennesima volta il premier Renzi: “Il presidente del Consiglio concluse l’unico incontro che abbiamo avuto alla sua presenza dicendo che i ministri avrebbero discusso con le parti. Siamo sempre in attesa di vedere se è un annuncio o una cosa che si determina realmente“.

Le polemiche sul tema della legge del lavoro non accennano a diminuire. E come sempre si apre uno scontro all’interno del Pd – non è certo una novità.

Questa volta i protagonisti sono Matteo Orfini e Gianni Cuperlo. Il primo ad accendere le polveri è il presidente del Pd. Matteo Orfini chiama “Primedonne“, i ventinove parlamentari della minoranza Dem che hanno deciso di lasciare l’aula al momento del voto.

A stretto giro di posta – via Facebook – la replica di Cuperlo “Siamo solo coerenti con la nostra storia politica“. Ma questo non gli basta, perché arriva poi la velata accusa di non essere un presidente di garanzia: “Che peccato, caro Matteo. Sono stato anch’io per qualche settimana presidente della nostra assemblea. Poi ho lasciato quel posto per le ragioni che sai. Qualche mese dopo un capo della tua corrente è venuto a chiedermi di non ostacolare la tua candidatura allo stesso incarico“.

E prosegue così: “Ti ho votato come presidente del nostro partito. Che dovrebbe essere una figura di garanzia verso tutti. Personalmente non mi sognerei mai di dire che la posizione di altre e altri, tra di noi, quando si esprime sul merito del provvedimento o di una legge risponde ad altre logiche che non siano quelle dichiarate. Mi piacerebbe che nel nostro partito questo principio fosse condiviso da tutti. Ma sarebbe giusto che a condividerlo fosse almeno il nostro presidente“.

Non si può non rispondere. Ed infatti ecco arrivare la replica del presidente Pd sempre su Facebook: “Ieri è successa una cosa molto grave. E per me dolorosa“. “Se tutti ci comportassimo come ieri avete fatto voi, questo partito diventerebbe uno spazio politico, e non un soggetto politico (per citare Bersani). E non durerebbe a lungo” – difficile non essere d’accordo.

Alla lettera un po’ velenosa di Cuperlo risponde con altrettanto veleno, riproponendo anche lui un retroscena: “Tu ricorderai che all’inizio di questa legislatura io più di altri avevo perplessità sulla scelta di far nascere un governo insieme a Berlusconi. Ricordo un colloquio che ebbi con te in Parlamento, in cui mi spiegasti che in quelle condizioni e dopo una decisione assunta collegialmente, non si poteva che bere l’amaro calice. Perché proprio nei momenti difficili è doveroso farsi carico collettivamente delle responsabilità, anche se non si condividono quelle scelte” – come dire voi in questa occasione non vi siete presi le vostre responsabilità.

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