Il governo ha presentato oggi il maxi emendamento sulla riforma del lavoro, il cosiddetto Jobs Act. Il Premier Matteo Renzi punta a farlo approvare definitivamente entro il 26 novembre, forte del fatto che si sarebbe già portato avanti nella mediazione con la minoranza del Partito Democratico (anche se Civati ha già fatto sapere che voterà contro) e con il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano.

Come già anticipato in un precedente articolo (cliccate qui per leggerlo), i mutamenti più evidenti riguardano i licenziamenti economici, a proposito dei quali viene esclusa la possibilità di procedere al reintegro in azienda ma per cui vengono previsti indennizzi certi e crescenti, proporzionati all’anzianità di servizio.

Le novità previste

Novità rilevanti sono state previste dunque in merito agli ammortizzatori sociali: sarà disegnata infatti una rete più estesa di tutele, sia a favore dei disoccupati sia a favore dei precari. Per quanto riguarda i contratti atipici poi, nonostante quanto dichiarato da Renzi a proposito dell’intento di volerli eliminare, dalla delega si ricava che l’unica tipologia che sparirà sarà quella del co.co.pro (contratto a progetto o contratto di collaborazione a progetto).

Licenziamenti

La parte più spinosa della riforma è sicuramente quella che riguarda i licenziamenti e l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. In merito al reintegro, il maxi emendamento del governo prevede un’indennità economica per i lavoratori licenziati dalle aziende con più di 15 dipendenti; l’indennità non sarà oggetto di trattativa tra azienda e lavoratore ma sarà stabilita dalla legge. Il reintegro sarà obbligatorio solo per i licenziamenti discriminatori (che la legge si preoccuperà di definire in modo corretto, per non dare adito ad interpretazioni confuse) e per i licenziamenti disciplinari ingiustificati. In tutti gli altri casi non sarà ammesso.

Definizione del licenziamento discriminatorio

Per licenziamento discriminatorio si intende perdita del posto di lavoro a causa di idee politiche, dell’orientamento sessuale, della razza, della religione, della lingua del lavoratore o della maternità della lavoratrice. Attualmente non è però ben chiaro a chi spetterà dimostrare che il licenziamento è avvenuto in base a motivi discriminatori e non per motivi economici. Il punto è piuttosto spinoso in quanto le due tipologie di licenziamento comportano conseguenze e risoluzioni ben diverse. I datori di lavoro potrebbero infatti sfruttare le motivazioni economiche per mascherare un licenziamento di tipo discriminatorio.

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