Prestazioni altalenanti, quelle fatte registrare dall’entrata in vigore della riforma del lavoro voluta dal governo di Matteo Renzi, ovvero il tanto discusso Jobs Act.

Dopo gli entusiasmi riscontrati lo scorso aprile, durante il quale venne calcolato un aumento dell’occupazione dello 0,6%, a maggio si è invece dovuto affrontare un arresto preoccupante: i cittadini italiani occupati sono diminuiti dello 0,3%, per un conteggio di circa 63mila persone in meno con un posto di lavoro. A rendere note queste percentuali è l’Istat, che descrivono una situazione di incertezza del mondo del lavoro. Doccia gelata, quindi, per l’esultanza dell’equipe di Renzi, che forse aveva cantato vittoria troppo presto.

Il tasso di disoccupazione, che ad aprile era calato al 12,4%, si è mantenuto stabile, così come il numero dei disoccupati su base mensile. I numeri migliorano se si considerano gli ultimi 12 mesi: ci sono 60mila disoccupati in meno rispetto al 2014 (-1,8%) e il tasso di disoccupazione è calato di 0,2 punti percentuali.

A maggio aumentano invece gli inattivi, uno 0,3% che è pari a 36mila unità in più: una crescita negativa in controtendenza rispetto agli ultimi quattro mesi. Situazione nera invece per la disoccupazione giovanile (giovani dai 15 ai 24 anni): rispetto a maggio i ragazzi impegnati in un lavoro sono 26mila in meno rispetto ad aprile (-2,8%). Il tasso rimane dunque invariato al 41,5%.

Non mancano le dichiarazioni urticante da parte dei rappresentanti della politica. Renato Brunetta di Forza Italia su Twitter demolisce il Jobs Act, i cui effetti sarebbero “inesistenti”. Critica anche la Cisl, per la quale “la ripresa è ancora troppo lieve per generare effetti stabili sul mercato del lavoro”.

Il ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Giuliano Poletti dal canto suo cerca di difendere la riforma, parlando di “una situazione non ancora stabilizzata dove i dati positivi, come quello delle previsioni di assunzione delle imprese diffuso da Unioncamere, si incrociano ancora con elementi di problematicità”.