La riforma del lavoro, il Jobs Act, ha passato il vaglio della Camera, ma per Matteo Renzi non si tratta di un successo trionfale, tutt’altro. Il provvedimento ha infatti conquistato solo 316 sì, poco al di sopra della maggioranza assoluta, considerando che il Pd può contare su 307 deputati.

A mettere più in crisi il premiere sono stati i dissidenti del suo partito: 29 non hanno voluto votare, 2 hanno detto no (Giuseppe Civati e Luca Pastorino) e altri 2 si sono astenuti. Contando poi altri 11 deputati assenti giustificati ci si trova davanti a una proverbiale vittoria di Pirro.

Il gruppo costituito dai 29 “traditori”, che include anche Rosy Bindi, Gianni Cuperlo e Stefano Fassina, può essere considerato ormai una vera e propria corrente interna dopo la conferenza ufficiale in cui ha spiegato il motivo del proprio dietrofront, dovuto alla preoccupazione che il Jobs Act possa alimentare tensioni sociali invece che risolvere i problemi del Paese. Il voto in Camera è avvenuto in una sorta di vuoto pneumatico, dato che l’intera opposizione rappresentata da Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia, Movimento 5 Stelle e Sel hanno deciso di abbandonare l’aula, tentando senza riuscirvi di far mancare il necessario numero legale.

Renzi al termine della giornata ha usato come suo solito Twitter per mandare un messaggio piuttosto chiaro, pur se tra le righe, sia ai fedelissimi che ai disertori, manifestando ottimismo e fiducia per il futuro: “Grazie ai deputati che hanno approvato il #JobsAct senza voto di fiducia. Adesso avanti sulle riforme. Questa è #lavoltabuona”. Bersani invece si è rivelato un alleato prezioso, che per quanto scettico su alcuni punti della delega ha votato con convinzione come atto di fedeltà verso il partito.

Motivo dello scontento ampiamente diffuso, almeno tra le file della sinistra, è sopratutto la modifica all’articolo 18, avvenuta dopo l’accordo con la minoranza interna, che impedisce la possibilità di reintegro per i lavoratori licenziati per cause economiche, per i quali sono previsti solo indennizzi proporzionali al grado di anzianità. Il provvedimento, ricevuto il sì della Camera, tornerà in Senato per l’approvazione definitiva.

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