Agente di polizia nella New York di fine Novecento, Joe Petrosino è divenuto un personaggio leggendario,  oggetto di numerosi  film, romanzi, opere a fumetti e fiction tv, ma la sua persona è realmente esistita.

E’ il 1883 quando inizia la sua carriera di agente di polizia. La sua placca d’argento sul petto porta il numero 285. Inizia come agente di pattuglia nella “Avenue 13th”, ma la sua ascesa è solo all’inizio: diviene autore di imprese che rimarranno leggendarie, guadagnandosi la stima del Presidente Roosevelt, di cui diviene amico personale. Ciò che è chiaro ai superiori sono la passione per il lavoro, il grande fiuto, l’acume, la professionalità e il senso di responsabilità di Joe Petrosino. Il suo scopo di vita era uno solo: sconfiggere la mafia, organizzazione allora conosciuta con il nome di “Mano Nera”.

Verrà trucidato con quattro colpi di pistola il 12 marzo 1909, in piazza Marina, a Palermo, durante una missione in Sicilia per condurre indagini sulla nascente mafia.

Giuseppe Petrosino, detto Joe, nato a Padula, in provincia di Salerno, il 30 agosto 1860, emigrò con la famiglia a New York nel 1873 e crebbe nel sobborgo di Little Italy. Ottenuta la cittadinanza americana, presenta la domanda di arruolamento nella polizia. Respinta. Dopo svariati tentativi riesce a farsi assumere nella nettezza urbana, allora reparto della polizia cittadina. Conoscendo l’italiano, torna presto utile alla polizia, che lo utilizza come informatore per catturare i malviventi italiani. Ormai noto alla malavita, non potendo più fare l’informatore, nel 1883 Petrosino entra finalmente nella polizia; verrà quindi nominato Sergente dal commissario Theodore Roosevelt, assessore alla polizia (in seguito presidente degli Stati Uniti),  diventando il primo agente italiano ad entrare nel Bureau, l’ufficio cui facevano capo i cinque più abili investigatori di New York. I criminali di Little Italy si trovano così improvvisamente di fronte ad un nemico che parla la loro stessa lingua, che conosce i loro metodi ed in grado di entrare nei loro ambienti. Petrosino nutre verso di loro un ardente rancore per aver dissipando il patrimonio di stima che gli immigrati italiani avevano costruito ed è determinato a debellare la criminalità organizzata italo-americana.

Risolti brillantemente numerosi casi (il più celebre dei quali è passato alla storia come  il “delitto del barile”), abile nel travestirsi, rapido nell’azione, inflessibile e quasi feroce verso i criminali, divenuto quasi un simbolo della lotta a favore della giustizia e della legge, Joe Petrosino viene via via assegnato ad incarichi di sempre maggiore responsabilità. A lui viene anche assegnata la squadra dell’Italian Branch, composta da cinque uomini, incaricati di combattere la Mano nera e la delinquenza italiana negli Usa: “5 uomini per tenere a bada un quartiere di 500mila persone non sono molti” commenta Petrosino all’annuncio dell’assessore McAdoo, nonostante ciò riuscirà in breve a mettere a segno 2500 arresti e oltre 500 espulsioni, venendo insignito della medaglia al valore.

Nel dicembre 1908, al Dipartimento di Polizia di New York viene sottoposto un progetto che, secondo il suo autore, un abile criminologo, profondo conoscitore dei metodi della criminalità italiana nel nostro Paese e all’estero, dovrebbe dimostrarsi efficace per liberare New York di molti stranieri che vi hanno instaurato un regno di illegalità. Un piano che ha per motivo chiave la raccolta di prove in Italia contro uomini in America ritenuti  pericolosi e che prevede quindi la nomina di agenti segreti da inviare in Italia. Martedì 9 febbraio 1909, il detective Petrosino lascia quindi New York alla volta dell’Italia, ufficialmente allo scopo di verificare i precedenti penali degli emigrati ricercati dalla polizia americana, in realtà per costituire una rete informativa segreta che avrebbe operato in contatto diretto con la polizia americana.

Una missione che doveva rimanere top secret, ma che, a causa di una fuga di notizie, riempì per giorni le prime pagine di tutti le più note testate newyorkesi. A dare per primo la notizia il New York Herald dove Bingham conferma la partenza di Petrosino per l’Italia «precisamente in Sicilia, dove si procurerà importanti informazioni sui criminali italiani residenti negli Stati Uniti».  Nonostante ciò, nell’erronea convinzione che in Sicilia la Mafia, come a New York, non si azzardasse a uccidere un poliziotto, Joe prosegue secondo i piani, giungendo a Palermo domenica 28 febbraio 1909.

Qui, proprio seguendo una pista che avrebbe dovuto portarlo ad infliggere il decisivo colpo alla Mano Nera, Petrosino viene fatto vittima di un agguato. Alle 20.45 di venerdì 12 marzo 1909, tre colpi di pistola in rapida successione e un quarto sparato subito dopo, suscitano il panico nella piccola folla che attende il tram al capolinea di piazza Marina a Palermo. Il primo ad accorrere è Alberto Cardella, 21 anni, marinaio, giusto  in tempo per vedere un uomo accasciarsi lentamente a terra e due individui fuggire scomparendo nell’ombra, in direzione di palazzo Partanna. Un quarto d’ora dopo arrivano sul posto il commissario Frasca, il vicecommissario Li Voti e il delegato Scherma, ma per l’uomo non c’è niente da fare, è stato raggiunto da quattro pallottole: una al collo, due alle spalle, e una quarta, mortale, alla testa. Solo più tardi si scoprirà trattarsi di Giuseppe Petrosino, 49 anni, tenente della polizia di New York, irriducibile nemico della malavita italiana trapiantata negli Stati Uniti, celebre in America come in Italia quale protagonista della lotta al racket.

Al console americano a Palermo non resta altro che telegrafare “Petrosino ucciso a revolverate nel centro della città questa sera. Gli assassini sconosciuti. Muore un martire.” La reazione americana è immediata: il governo stanzia una somma di 10.000 lire, pari a quasi 40.000 euro attuali, per chi avesse fornito elementi utili a scoprire i suoi assassini. La paura della mafia è però più forte dell’attrazione esercitata dalla somma. Nessuno si fa avanti.

L’ex presidente Roosevelt commenterà: “Non trovo le parole per esprimere il mio profondo rimpianto. Petrosino era un uomo grande e buono, un patriota leale e valoroso. Lo conoscevo e lo stimavo da molti anni. Egli non ha mai saputo cosa fosse la paura. Era un uomo che valeva la pena di conoscere. Io sono sinceramente addolorato per la morte del mio amico Joe”, mentre circa 250.000 persone parteciperanno  al suo funerale a New York, un numero fino ad allora mai raggiunto da alcun funerale in America.

Si ritiene che il responsabile della sua triste fine sia il boss Vito Cascio Ferro di Bisacquino, tenuto d’occhio da Petrosino sin da quando questi era a New York, ed il cui nome era in cima ad una “lista di criminali” redatta dal poliziotto italoamericano e trovata nella sua stanza d’albergo il giorno della morte. Plausibile però rintracciare collegamenti  tra la morte di Petrosino e alcuni malavitosi appartenenti alla cosca newyorkese di Giuseppe “Piddu” Morello noti per il loro presunto legame al caso del “corpo nel barile”(cui Petrosino aveva lavorato). L’ipotesi più verosimile è che Morello e Giuseppe Fontana si siano rivolti a Vito Cascio Ferro affinché organizzasse l’omicidio del poliziotto per loro conto.