Tuonano minacciose nell’aula del Parlamento europeo le parole di Jean-Claude Junker durante il suo discorso sullo stato dell’Unione.

Tra le affermazioni più importanti espresse dal presidente dell’Unione Europea ci sono infatti le sue considerazioni sull’economia: “Non vogliamo un patto per la flessibilità, ma una sua applicazione intelligente nel rispetto delle regole esistenti”, ha affermato ribadendo come i debiti siano troppo alti nonostante dal 2009 il deficit sia sceso all’1,9% dal 6,3 del 2009.

Juncker ha nuovamente trattato il tema del Brexit, cercando di rassicurare i Paesi membri circa l’uscita del Regno Unito dalla UE e sulle sue ripercussioni a breve e lungo termine: “Non deve essere considerata una minaccia per l’esistenza stessa dell’Ue. I nostri amici e partner internazionale si chiedono con preoccupazione se la Brexit non sia l’inizio dello scioglimento dell’Unione ma noi siamo sicuri che, pur rispettando e deplorando questa decisione, non ci sia un pericolo per l’esistenza dell’Ue”.

Nonostante ciò il vertice della Commissione ha dovuto ammettere che quella che sta affrontando l’Europa è una vera e propria “crisi esistenziale”: tanti i fattori che determinano questo giudizio, tra cui la disoccupazione troppo alta, per quanto siano stati creati otto milioni di posti di lavoro, ma anche l’avanzata dei populismi, che “non risolvono i problemi ma, al contrario, li creano” e la permanenza di disuguaglianze e ingiustizie sociali.

A questo proposito Juncker parla di una UE che “non è abbastanza sociale”, proponendo “un programma positivo per i prossimi 12 mesi, che saranno decisivi, se vogliamo superare le divisioni tra Est e Ovest che si sono aperte in questi ultimi mesi.”

A tenere banco sono anche questioni finanziarie, come il tema del raddoppio di durata e della capacità finanziaria. Per Junker sarebbe auspicabile un potenziamento del nuovo Fondo europeo per gli investimenti, con l’obiettivo di arrivare a fare circolare 630 miliardi di capitali privati entro il 2022, con riscrittura del bilancio dell’Unione e un aumento dei contributi della Banca europea degli investimenti.