Il sostantivo apostasia (dal greco ‘apostasía’ = ‘ripudio, ribellione’) definisce il ripudio totale del proprio credo e, nello specifico, l’abbandono formale e volontario dalla propria religione (apostata della religione). Nel greco classico il sostantivo era usato per indicare una defezione politica. Successivamente venne quindi utilizzato in riferimento ai cristiani che abbandonavano la loro fede durante le persecuzioni attuate dagli imperatori romani; in età bizantina il termine definiva invece il reato di alto tradimento contro l’Impero, ma è altresì utilizzabile per indicare l’abbandono della vita ecclesiastica da parte del chierico che abbia ricevuto gli ordini maggiori. All’apostasia può seguire l’adesione ad una diversa religione (in questo caso si parlerà di conversione), oppure una scelta areligiosa (ateismo).

Per estensione, possiamo tuttavia oggi affermare che il termine apostasia venga correttamente impiegato nel caso in cui si parli in generale di abbandono della propria dottrina, ma anche di un partito, di un dovere morale, di un gruppo o dell’organizzazione alla quale si appartiene.

Per quanto riguarda l’Occidente, il termine indica una scelta spesso oggetto di critica e condanna. Specie in passato, l’apostata veniva infatti fatto bersaglio di condanne spirituali (come la scomunica) o materiali, ed era spesso rifiutato ed emarginato dai membri del suo precedente gruppo religioso. Nel resto del mondo, invece, malgrado la Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti Umani riconosca l’abbandono della propria religione come un diritto umano legalmente protetto, esistono ancora nazioni in cui l’apostasia è punita e per la quale, talvolta, è addirittura prevista la pena di morte. In numerosi Paesi di religione mussulmana, ad esempio, il murtadd (apostata) viene condannato alla pena capitale a meno che la scelta non sia avvenuta al fine di sfuggire alla morte o a un pericolo grave per sé o per i propri cari.

A tal proposito, l’articolo 18 della Dichiarazione Universale dei diritti umani recita: “Ogni individuo ha il diritto alla libertà di pensiero, coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti”.