Non sarà una definizione giuridicamente esatta, ma una decisione della Cassazione avrebbe sdoganato il “reato” di gelosia, differente e separato da quello di stalking.

Ma andiamo con ordine, per comprendere meglio la questione. La Cassazione ha ribaltato una sentenza della Corte di appello di Palermo che aveva assolto un uomo siciliano accusato di maltrattamenti dalla moglie, che aveva riportato innumerevoli controlli del cellulare, assillanti domande su presunti tradimenti, insistenti richieste di cambiare lavoro, quello di hostess di volo, ritenuto sconveniente, e persino test del DNA per stabilire la paternità dei figli.

Il tribunale aveva ritenuto che l’uomo non fosse consapevole che il suo comportamento e la sua gelosia potessero provocare stress nella consorte, ma lo aveva comunque condannato a un anno e sei mesi per il reato di stalking.

La Cassazione, cui si è rivolta la Procura generale di Palermo per far esaminare la sentenza, ha invece stabilito che “Assillare costantemente il coniuge con continui comportamenti ossessivi e maniacali ispirati da gelosia morbosa è un maltrattamento“. Una condanna di fatto già appartenente alla sentenza originaria del Tribunale di Palermo, poi ribaltata in sede di appello con conseguente riduzione della pena.

Il caso tuttavia è più intricato del previsto, e anche l’uomo ha trovato parziale soddisfazione nella sentenza della Cassazione. Questa infatti ha ritenuto che il tutto sia da riesaminare alla luce di una precedente vertenza civile dell’uomo ai danni dei suoceri: si parla infatti del mancato pagamento di 300mila euro, la sua retribuzione come dipendente nella società dei genitori della moglie.

Un fattore tutt’altro che inconcludente, ma che anzi potrebbe dimostrare che le accuse della moglie e le testimonianze dei suoi famigliari potrebbero essere state viziate proprio da questo contenzioso aperto di non lieve entità.

Ai giudici quindi l’ardua decisione: riconfermare la gelosia eccessiva come determinante un vero e proprio reato, oppure, almeno in questo caso, considerarla come un pretesto addotto allo scopo di evitare un cospicuo risarcimento.