Anche oggi mi sono alzata, oltre che notevolmente spettinata, con l’impellente bisogno di scusarmi immensamente con l’ignaro lettore che, pieno di speranza e di aspettative, si avvicina leggiadro e spensierato a questa rubrica folle e dissociata dalla realtà e dal mondo. Lascia, oh amico lettore, che ti ricordi per l’ennesima volta un concetto fondamentale: in questo piccolo spazio gentilmente concesso dal Direttore Massimo e Assoluto, la sottoscritta non parla praticamente di nulla. E se proprio sarà tenuta, obbligata con la forza e sotto minaccia, a trattare un argomento specifico non andrà mai oltre all’analisi scientifica dei comodini e delle tende da salotto. Proprio ora mentre scrivo, un vago senso di colpa mi attanaglia il delicato stomaco onnivoro: sarà giusto non affrontare mai temi “alti”?

Il femmicidio, la crisi, la disoccupazione, la mancanza di aspettative per i giovani, il futuro incerto per tutti quanti, il governo, le elezioni, le primarie regionali. Ha senso divagare come se non ci fosse un domani sulla vasca delle palle colorate dell’Ikea? O prendere in considerazione l’ipotesi secondo la quale, la ruota che gira nelle gabbiette porta i criceti a gravi esaurimenti nervosi che noi, umani insensibili ed egoisti, non notiamo nemmeno?

Ha senso questa dispersione di energia e concentrazione su temi così “svolazzanti” e da bar? Dopo profondo meditare non sono arrivata a nessuna sana conclusione, mi sono gettata a capofitto in un libro e ho cercato nel manto striato di uno dei miei felini domestici l’ispirazione. Che non è arrivata. E’ arrivata solo la consapevolezza che a Dicembre inoltrato io non ho ancora fatto l’albero. Il maestoso ed esuberante albero natalizio. Non ho ancora tirato fuori dalle scatole della soffitta i boa dorati e le stelle luminose, le candele e i piatti rossi, la pazienza e la buona volontà di tollerare mia madre per più di tre ore. Sì, perchè vorrei ricordarvi che “Natale” è sinonimo , oltre che di buoni propositi e regali inutili, anche di pranzi e cene con parenti molto serpenti ed indigestioni a base di salmoni e pandori. L’idea di dover affrontare anche quest’anno il venticinque del mese mi angoscia. Ho provato a proporre, all’event manager di famiglia (la mamma), una celebrazione del lieto giorno all’insegna dell’austerity, dei panini al tonno e cruditè e dei film di Verdone, ma sono stata , ingiustamente, aggredita e considerata un’eretica anche solo per averlo proposto con moderata convinzione. La divina punizione mi ha portata a passare una intera domenica pomeriggio in un centro commerciale affollato a cercare centrini da tavola e sottobicchieri rossi.

Per rappresaglia nei confronti della Real Madre di solito, mi vesto in modo improbabile e fuori luogo e a prescindere dalla mise calzo proprio sotto il suo naso critico un paio di scarpe nuove con tacco altissimo, che lei disapprova per partito preso. Ma quest’anno no. Quest’anno la sottoscritta ha deciso di concedersi poche ore di calma e relax accompagnate, si spera, da qualche riga di febbre che la renderanno impossibilitata e giustificata a non alzarsi dal letto. Quest’anno la povera Coniglia (mio nomignolo da anni) ha deciso di prendersi con la forza quello che manco Babbo Natale le può lasciare sotto il pino di plastica addobbato a festa: del tempo per se stessa. Solo per me. Egoisticamente, sfacciatamente e con convinzione, ho deciso di concedermi il lusso di non uscire dal letto. Urli pure mia madre se vuole, la nonna (che la sa lunga) ha già approvato con un lieve cenno del capo canuto e un mezzo sorriso carico di comprensione. Mio padre alzerà bandiera bianca con fare mesto, sconfitto a priori. Caro Babbo Natale, se proprio vuoi farmi contenta, puoi far nascere nella mente della Coniglia Madre l’idea di abbandonare, almeno per quest’anno, una celebrazione tradizionale e indigesta. Potresti far fare capolino nella sua mente perversa l’ipotesi di mettersi ai fornelli, e di cucinare dopo anni polpette con ragù e piselli e chili di risotto allo zafferano.
Perché suvvia, siamo seri. Almeno quest’anno, un Christmas Day, all’insegna del riposo e della parsimonia ce lo siamo meritato. Dopo mesi di “panico da crisi” ormai , anche senza farci i conti in tasca, sappiamo tutti che siamo arrivati a Dicembre “tirati” come manco una showgirl attempata after botox. Almeno quest’anno potremmo abbandonare la fiera dell’ostentazione gratuita e dedicarci a quello di cui abbiamo effettivamente bisogno: riposo e conforto. Potremmo dichiarare candidamente: “Signori per oggi niente regali, niente pranzi con aragoste ancora vive e l’argenteria che non è stata venduta, se ne rimarrà nei cassetti in attesa di tempi migliori”. Un annuncio del genere alleggerirebbe lo spirito di tutti, non dico che ci renderebbe più buoni, questo no, ma ci predisporrebbe ad affrontare la giornata meno aspettative. E senza un eccesso di aspettative qualunque piccolo gesto a base di buona volontà verrebbe finalmente apprezzato. Ci si potrebbe scambiare confessioni e ricordi al posto di libri che nessuno leggerà mai, vestiti troppo stretti, e cravatte verde mela inguardabili. Si potrebbe optare per un pranzo a base di panettoni e pandori, eliminando così ravioli in brodo e competizioni culinarie tra zie di diversi clan.

Per almeno quest’anno si potrebbe seppellire lascia di guerra e l’ansia da “prestazione natalizia”. Ci si potrebbe concedere il lusso di rilassarsi in pantofole e di sopravvivere con della pizza surgelata. Ho sempre considerato questo modo di vivere il Natale una specie di utopia lontano dalla mia portata.
Al diavolo. Da domani comincio a uscire in minigonna e senza calze. Voglio vedere se il mio fisico da matrona resiste a un raffreddore che solo due  gradi sotto lo zero possono assicurare. Mi sono già portata avanti: in farmacia vendevano l’aspirina in saldo. Ho un cassetto della cucina diviso tra biscotti e paracetamolo. Anche ammalarsi con la certezza che nessuno ti cercherà per ragioni indipendenti da te è un lusso. E quest’anno ho deciso di regalarmi un alibi di ferro.
Buone feste
Etciù!!!!!!!!!

(photo by Micol Ronchi on Facebook)

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