In questi giorni i giornali e siti di informazione dedicano pagine su pagine al probabile default della Grecia ed alla sua altrettanto probabile uscita dall’Euro. Purtroppo Atene rischia di essere in buona compagnia, visto che anche la Sicilia rischia il default. La regione amministrata da Rosario Crocetta vede infatti crescere il suo debito di anno in anno, mentre le sue entrate continuano a diminuire. In questi giorni hanno lanciato l’allarme anche i giudici della Corte dei Conti siciliana: il debito ormai ammonta a 7,9 miliardi di euro, per cui serve un piano di rientro gestito direttamente dal governo.

Diana Calaciura Traina, procuratore generale d’Appello presso la Corte dei Conti avrebbe “voluto intitolare la mia requisitoria: ‘luci ed ombre della realtà siciliana’, vi ho rinunciato perché le luci sono poche e fioche mentre le ombre sono oscure e minacciose. Devo rilevare che nell’anno finanziario 2014, la fase recessiva dell’economia siciliana non si è arrestata anzi prosegue in maniera maggiore non solo rispetto al resto d’Italia ma anche rispetto al Meridione. Non accenna a diminuire in Sicilia il fenomeno predatorio della corruzione. I sistemi criminali si sono affinati ed operano oggi più di ieri attraverso modalità camaleontiche. Crisi economica e corruzione procedono di pari passo, creando un circolo vizioso. Rivolgo un plauso all’approvazione della nuova legge anticorruzione che ha introdotto pene più severe per i delitti contro la pubblica amministrazione, sconti di pena per chi collabora e nuove figure di reato”.

L’insostenibile situazione siciliana si può riassumere in due cifre: “alla chiusura dell’esercizio 2014 il totale complessivo delle entrate accertate ammonta a 17.6 miliardi” per una flessione del 10,3%, mentre le spese sono passate da 18 miliardi 449 milioni a 19 miliardi 908 milioni. Nel 2014 sono stati pagati 938.529.000 mila euro per pagare gli stipendio ai 17.325 dipendenti, e poi c’è la Sanità. Nell’anno passato sono stati spesi 9,168 miliardi di euro – 46% del totale delle uscite regionali. Per questo la Corte dei Conti chiede che “lo stato dei conti pubblici venga sottoposto a controlli da parte del governo centrale. A tal fine è necessario un piano triennale di rientro per il ripristino strutturale dell’equilibrio di bilancio in un intesa tra lo Stato e la Regione” – ovvero che lo Stato compia il commissariamento della regione.