Da ragazzina mia madre mi ripeteva, esasperata dalla teatralità della figlia, “Micol ti prego, la vita non è un film”. A mo’ di risposta , gli insipidi tortelloni alla romana serviti per cena alle sei e mezza facevano, volando a settanta all’ora  il giro del soggiorno. Una potente sberla planava come la morte sul mio coppino ribelle. La vita non è un film.

Vero. Anzi, verissimo. Le rispondevo con i lacrimoni: “Purtroppo non è un film”.

Già allora non apprezzavo particolarmente il novanta percento dei miei compagni di scuola, detestavo tutto il corpo insegnanti e almeno un paio di bidelle grasse e virili. Che dramma : nonostante quello che la televisione ci suggerisce viviamo nell’impossibilità di trasformarci il martedì mattina, dopo un ovvio lunedì d’imprecazioni giustificatissime, in Dexter e far fuori una volta per tutte l’innumerevole numero di stronzi che, puntualmente, avvelenano le nostre esistenze.

Si, perché certi molesti personaggi sono dannosi per la salute della comunità intera: la “barista –velina-mancata” ti riverserà nel cappuccino, sotto forma di “acqua sporca” o “temperatura bollente”, frustrazioni e litri di eyeliner, così come il responsabile di un qualunque showroom di stracci ben cuciti, sarà troppo impegnato a “farsi i complimenti da solo” per dedicarti un cenno del capino a mo’ di saluto.

I suoi assistenti si guarderanno imbarazzati i piedi, fisseranno ottusamente gli schermi davanti a loro ed il più sensato ti chiederà se per caso gradisci qualcosa prima di acquistare o fotografare uno qualunque dei loro insostituibili stivali in pelle di leopardo geneticamente incrociato con una pecora. Il bel mondo della moda è fatto solo per stomaci da veri duri e occhi coperti da fette di salame spesse come cotechini.

“La vita non è un film” ripete mia madre. E’ un peccato. Non sarebbe epico andarsene in giro per strada con l’arroganza di Tom Cruise in Mission impossible, entrare dal commercialista accompagnate dalle note di Thrift Shop Macklamore e lanciare occhiate cariche d’immenso significato al giovane collaboratore biondo, fisicato e dotato di quella fastidiosa sensualità che solo lo 0,5% della popolazione mondiale maschile può vantare?

Sarebbe eroico in effetti. Appagante. Invidio certe fanciulle  americane, turiste vaganti per Milano, che si esprimono come se fossero uscite da un lungometraggio di Tarantino, senza l’ombra di preoccupazione che qualcuno le accusi di ingiurie all’umanità e senza il sospetto che qualche ben pensante le prenda per pazze. Si divertono le bambole. Beate loro, della loro quotidianità sembrano averne fatto non dico un film, ma quantomeno una fiction alla CSI.

Noi italiane no. Siamo vere signore: composte, poco inclini alla rissa pubblica fisica o verbale, i film rimangono nella nostra testa, i red carpet li facciamo in metropolitana, i capi ufficio ululano affannati al vuoto sperando che improvvisamente la colonna sonora del Padrino si diffonda nell’aria per dare alle sue parole una solennità che gli affanni e gli occhi fuori dalle orbite non riescono a dare. Dovremmo respirare un attimo e considerare l’eventualità che questa commedia che è la vita meriterebbe una dose potente di gioco e cazzeggio. E coraggio. Per calarsi nei panni dell’idea più cinematografica di noi stessi è necessaria una faccia in particolare: quella di bronzo. Per dirla educatamente. Da italiana.

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