Capita spesso ultimamente che mi chiedano cosa ricordo con maggior piacere della settimana della moda milanese.

Parenti, amici, colleghi intenti ad ascoltare i miei racconti: stilisti che più mi hanno colpita, designer giovani da tenere sott’occhio e, certo, anche outfit strambi che ho notato.

Cosa andrà per la prossima estate? Ma questo colore posso abbinarlo così? Raccontaci dei personaggi importanti che hai visto!

La domanda fatidica naturalmente arriva sempre “cosa ti è piaciuto di più? Dai siamo curiosi”.

E la risposta molto vaga è lì ad aiutarmi, per fortuna.

Perchè per fortuna? Perchè la verità è una sola: quello che mi è piaciuto di più di Milano è alzare la testa mentre camminavo (lo ammetto, spesso dovevo guardare per terra con quei tacchi maledetti) e notare, ogni volta, un nome familiare sulle insegne delle boutique.

Nomi marchigiani, del mio territorio, che sono partiti da qui e con tanta passione, fatica e sudore, sono arrivati prima a Milano e poi nelle città più importanti dell’Europa e del mondo.

Ogni volta che alzavo lo sguardo un’insegna, una scritta, un semplice campanello mi facevano sentire a casa.

E di colpo tutta la stanchezza spariva. L’orgoglio per qualcosa di proprio è qualcosa di inspiegabile.

Beh, oggi ho saputo che uno di questi nomi ha lasciato i dipendenti a casa.

Difficoltà economiche e burocratiche che si sono man mano aggravate hanno fatto sì che l’azienda, da un giorno all’altro, non fosse in grado di garantire lavoro.

Sarò ripetitiva, ma qui nel distretto calzaturiero marchigiano (uno dei più importanti d’Italia) la situazione sta peggiorando molto velocemente senza appigli ai quali aggrapparsi.

Lasciate stare telegiornali e articoli di giornale che parlano di ripresa: chi meglio di me può descrivere una situazione nella quale vive ogni giorno?

Se fino a poco fa era un “rimbocchiamoci le maniche e vediamo cosa possiamo fare, siamo i migliori nel produrre scarpe” ora è semplicemente “cerchiamo di sopravvivere, ma le commesse mancano e i soldi non ci sono”.

Se prima non mi rendevo conto della situazione, ora mi basta fare due o tre telefonate per ascoltare gente che è a casa senza far nulla.

Gente che si è specializzata in una particolare fase di lavorazione delle calzature (qui è così, ognuno è competente di una singola fase o processo produttivo) che ora non sa proprio come reinventarsi.

Giovani e meno giovani: i cancelli chiusi delle fabbriche non guardano la tua età.

Cari politici, il tempo che state perdendo nella bolgia delle vostre chiacchiere è tempo prezioso.

Perchè sapete, qui non è proprio questione d fiducia, semmai il contrario. Completa rassegnazione.

Il tempo scorre sempre più veloce per aziende che rappresentano l’eccellenza delle calzature made in Italy e il cappio al collo è fissato. Da un pezzo ormai.

Ad alcune inizia a dar fastidio, a qualcuna va ancora largo.

Ad altre, purtroppo, ha già tolto la vita.

(Seguite Valentina anche su Lookdarifare)

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