La stampa ha diffuso le malefatte della classe politica, quindi la stampa deve pagarla cara. Rifugiandosi nel voto segreto, nella seduta del 13 novembre il Senato ha approvato con 131 voti a favore, 94 contrari e 20 astenuti un emendamento al disegno di legge sulla diffamazione presentato dalla Lega (a firma di Sandro Mazzatorta) e dall’Api in cui si dispone il carcere fino ad un anno, in alternativa a multe da 5mila a 50mila euro per il reato di diffamazione a mezzo stampa. L’emendamento prevede che questa pena venga comminata in caso di “attribuzione di un fatto preciso”. Dunque gli accordi della cosiddetta maggioranza durante le interminabili sedute (pagate da noi) in commissione, nelle quali si prevedeva l’eliminazione del carcere, hanno ora un preciso valore: zero.

I senatori hanno espresso la loro precisa volontà: vendicarsi dei giornalisti e sottometterli ulteriormente, approfittando di un anacronismo come il voto segreto: tirando in ballo parole come l’onore e le imposizioni delle segreterie di partito, come fa il senatore Franco Bruno, dell’Api, in un’intervista a Repubblica TV, questa gente dimentica che, grazie all’attuale legge elettorale, occupa queste poltrone lautamente pagate esclusivamente perché è stata inserita in una lista dai vertici di partito, ed è questa che il popolo ha votato, l’unica che potesse votare. Di conseguenza questi parlamentari devono rendere conto di ogni loro voto al partito, e questo agli elettori. Altro che voto segreto! E che si tratti di una vendetta, lo conferma molto chiaramente il capogruppo Udc, Giampiero D’Alia, in una dichiarazione al quotidiano La Stampa: “Il voto del Senato è un segnale di vendetta che disonora il Parlamento e la scelta di trincerarsi dietro il voto segreto è un chiaro segnale di debolezza di un’aula che assesta un colpo micidiale alla sua credibilità”.

Nel merito della questione, certamente molte persone vedono favorevolmente il carcere per i giornalisti. Purtroppo esistono fin troppi casi che dimostrano come non abbiano tutti i torti. Innumerevoli addetti ai lavori nel settore dell’informazione, dicono di essere giornalisti ma fanno tutt’altro, per ragioni di propaganda politica o semplicemente per scarsa competenza professionale.

Ma c’è da riflettere su un particolare. Di quante notizie, o dettagli di notizie, su personaggi potenti o presunti tali il pubblico non è venuto a conoscenza proprio perché reporter e direttori sono stati frenati dal rischio di querele con possibile carcere? Un direttore di giornale, radio o Tv è responsabile penalmente di tutti i contenuti pubblicati sul proprio mezzo. Bastano quattro articoli andati storti in tribunale e i 18 mesi di condizionale svaniscono in un attimo. E ogni giorno una testata pubblica decine, quando non centinaia, di contenuti.

Se questa classe politica pensa di evitare la propria sparizione vendicandosi dei giornalisti, ha proprio capito poco. Il loro destino è già segnato, e non per colpa della stampa, ma a causa del loro totale fallimento come classe dirigente di una nazione.

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