Niente nella politica italiana è semplice, meno che mai le leggi elettorali. Nelle ultime settimane, soprattutto da quando la Corte costituzionale ha bocciato parte della legge attuale, detta porcellum, si è fatto un gran parlare della normativa precedente, soprannominata mattarellum. Poiché sono passati diversi anni da quando fu usata per l’ultima volta e molti altri ancora da quando fu istituita, può essere utile ripescarne le caratteristiche fondamentali.

Innanzitutto l’origine del soprannome. E’ un’invenzione del politologo Giovanni Sartori, il quale storpiò in modo latineggiante il nome del relatore del disegno di legge, Sergio Mattarella,  originariamente democristiano e successivamente esponente del Pd. La legge Mattarella venne promulgata il 4 agosto 1993 dal presidente Oscar Luigi Scalfaro e fu sostituita il 21 dicembre 2005 dal porcellum (legge Calderoli).

E’ molto importante ricordare le circostanze storiche che ne causarono la creazione. All’inizio degli anni Novanta era già forte l’insofferenza popolare per la classe politica, colpevole di grandi sprechi e di un’irrimediabile incapacità di rinnovarsi e rinnovare il Paese, mentre nel resto del mondo si assisteva al crollo del muro di Berlino e alla disgregazione dell’impero sovietico. Il primo segnale della tempesta che da lì a poco avrebbe spazzato via con Tangentopoli un intero apparato politico fu il crescente successo elettorale della Lega Nord (allora Lega Lombarda), all’epoca vista come totale forza antisistema; ma i grandi partiti ignorarono l’Umberto Bossi degli esordi.

Il secondo colpo invece fu sentito pesantemente: il referendum del 9 giugno 1991 promosso da Mario Segni, figlio di Antonio, presidente della Repubblica dal 1962 al 1964. In questa consultazione si proponeva di abolire le preferenze multiple sulla scheda elettorale per la Camera (fonte di infiniti giochi loschi). Era una materia molto tecnica e non avrebbe alterato gli equilibri politici. Ma questa operazione fu fortemente ostacolata dalla Democrazia Cristiana e dal Partito Socialista, i quali riuscirono a far bloccare dalla Corte costituzionale altri due referendum ben più incisivi: l’abolizione della soglia del 65% per vincere nei collegi uninominali al Senato e l’estensione a tutti i comuni del sistema maggioritario previsto per i comuni sotto i tremila abitanti. Il boicottaggio dei due grandi partiti fu spietato, al punto di tentare d’indurre gli elettori a non recarsi alle urne; fu indimenticabile Bettino Craxi (foto by InfoPhoto), quando invitò gli elettori ad andare al mare. Invece, e forse proprio per questo, il 62,5% andò a votare e la norma fu abrogata da una valanga di sì (95,6%).

La terza botta, praticamente letale, arrivò dalla magistratura, che nel 1992 spalancò le porte di Tangentopoli, il sistema marcio di finanziamento illecito dei partiti. Il quarto schiaffo, ancora più forte, arrivò il 18 aprile 1993 quando, sempre sotto l’impulso di Mario Segni, venne riproposto il referendum sul Senato bocciato due anni prima. Anche qui gli elettori votarono a valanga per cambiare; votarono anche per abolire il finanziamento pubblico ai partiti e tre ministeri.

Diventò quindi imperativo cambiare la legge elettorale, fino ad allora essenzialmente proporzionale. E arriviamo al mattarellum. Si tratta di un complicatissimo capolavoro di contorsioni logiche, spregiudicatezza e cinismo. Fu lo schiaffo di risposta al popolo da parte di una classe politica agonizzante; il colpo di coda della “prima Repubblica”. Gli elettori avevano chiesto a gran voce l’adozione di un sistema elettorale maggioritario, per farla finita con i governi che duravano sei mesi (quando andava bene) e non concludevano mai nulla di utile. Invece l’apparato escogitò il trionfo dei sistemi misti.

In entrambe le camere il 75% dei seggi sarebbe stato assegnato con sistema maggioritario e collegi uninominali e preferenza unica. Il 25% restante invece avrebbe previsto un sistema proporzionale, ma con differenze tra le due aule. Per la Camera dei deputati l’elettore avrebbe avuto una scheda separata. Per accedere ai voti di questi collegi i partiti dovevano superare uno sbarramento nazionale del 4%. Al Senato invece, dove i collegi coincidevano con le regioni, i seggi proporzionali sarebbero finiti ai candidati uninominali perdenti che avevano ottenuto il miglior “piazzamento”. Insomma, un delirio.

Il mattarellum sommava il peggio dei due mondi: non garantiva una reale stabilità governativa (nel 1994 e 1996 i governi Berlusconi e Prodi caddero perché parti della propria coalizione elettorale abbandonarono lo schieramento) e non rispecchiava fedelmente la volontà degli elettori.

Purtroppo il rimedio, il porcellum, fu peggiore del male.