La legge di stabilità che porta la firma di Matteo Renzi ha riacceso lo scontro fra il Governo e gli enti locali, soprattutto le regioni, com’era inevitabile. Ci sono in ballo circa 6 miliardi di euro di spese che regioni (4), province (1,2) e comuni (1) devono tagliare, senza aumentare le tasse.

Le resistenze più pesanti, ovviamente, arrivano dalle regioni e già sono partite le minacce e i ricatti, più o meno diretti. Praticamente hanno già fatto sapere che aumenteranno le tasse. Poi ci sono le tirate estreme, come quella di Roberto Maroni, che minaccia di chiudere 10 ospedali in Lombardia. Se invece chiudesse 10 delle sue 15 Asl, risparmierebbe infinitamente di più e nessuno ne sentirebbe la mancanza.

Renzi si dice pronto a combattere: “Le Regioni facciano la loro parte, hanno qualcosa da farsi perdonare“. Poi il presidente del Consiglio aggiunge: “Sono 20 anni che i sacrifici li fanno i cittadini, ora è tempo che li facciano altri, tra cui i ministeri e le regioni. Però, non prendiamoci in giro: una cosa è tagliare i servizi sanitari, che sarebbe inaccettabile, altra cosa è dire che magari si fa qualche Asl in meno o qualche primario e aiuto primario in meno o che magari il costo delle siringhe o delle attrezzature ospedaliere è uguale dappertutto“.

La proposta che le regioni starebbero per presentare dovrebbe (condizionale assolutamente d’obbligo) contenere un taglio agli stipendi di consiglieri e dirigenti, oltre all’obbligo per le regioni più sprecone di uniformarsi a chi già spende in modo più razionale; è l’esempio dell’acquisto di siringhe, il cui costo da una regione all’altra può variare anche di dieci volte.

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