Caos politico in Irlanda. La morte per setticemia di una donna indiana in un ospedale di Galway, dove le era stato rifiutato un aborto, ha riaperto la battaglia politica sulla questione dell’aborto, che nel paese è quasi totalmente vietato, col Partito Laburista che chiede a gran voce l’intervento del Parlamento per modificare una legge considerata da molti oscurantista e ambigua.

Il 21 ottobre scorso, Savita Halappanavar, una dentista indiana di 31 anni, incinta di 17 settimane, era stata ricoverata d’urgenza all’University Hospital di Galway per via di lancinanti dolori addominali. Per salvarla, sarebbe stata necessaria l’interruzione di gravidanza, ma i medici dell’ospedale si sono rifiutati in quanto l’Irlanda “è un paese cattolico” e non era loro possibile rimuovere dall’utero un feto in cui fosse ancora rilevabile il battito cardiaco, benché senza alcuna chance di sopravvivenza. A nulla sono valse le rimostranze della donna  (“non sono irlandese e nemmeno cattolica”) e dei familiari. E così, dopo una settimana di atroce agonia, Savita è morta di sepsi. Il feto, per la cronaca, era morto due giorni prima.
In linea teorica, la legge irlandese ammette il ricorso all’interruzione di gravidanza nei casi in cui sia messa a repentaglio la vita della madre. Tuttavia, la (voluta?) indefinitezza della legge stessa  e la mancanza di linee-guida da parte del governo ha reso di fatto impraticabile alcuna forma di aborto, coi medici impossibilitati a stabilire quando sia effettivamente presente un reale rischio per la vita della madre, e con la spada di Damocle rappresentata dalle pesanti conseguenze penali previste in caso di aborto giudicato illegale. Alle donne irlandesi è sì consentito recarsi all’estero (quasi sempre nel Regno Unito) per abortire: tuttavia, per gli attivisti pro-aborto, questa non è altro che una disposizione di comodo che consente al governo di smarcarsi dalla questione centrale, quella della legalizzazione dell’aborto terapeutico. Il popolo irlandese ha si è già espresso a favore della sua introduzione in due referendum, nel 1992 e nel 2002. Ora è tempo che lo facciano anche le istituzioni.