La parola rancore deriva dal latino “rancōre(m)”, derivato di “rancēre” ossia “essere rancido, acido, guasto”. Il rancore è un sentimento di astio e rabbia inespressa, profonda e persistente, covata tanto a lungo e così tenacemente da essere in grado di ‘guastare’, ‘irrancidire’ l’animo umano. Tale sentimento di profonda avversione nasce solitamente a seguito di un torto o un’offesa ricevuta e si traduce spesso in desiderio represso di vendetta e rivalsa. Con il termine rancore ci si riferisce infatti a quel processo mentale che ci porta a rivivere ripetutamente un sentimento che ci infastidisce o ci fa arrabbiare e gli eventi che lo hanno generato. Rivivendoli ripetutamente, tali eventi ci influenzano emotivamente e fisicamente in modo distruttivo: il rancore diviene un tarlo che ci divora.

Sinonimi di rancore possono essere considerati: “astio”, “livore”, “risentimento”, “avversione”, “animosità” e “odio”. A differenza di quest’ultimo, tuttavia, seppur equamente profondo, il rancore non viene manifestato apertamente, bensì tenuto nascosto e covato nell’animo. E’ un emozione subdola, silenziosa e logorante; non concede tregua ed è pericolosa sia per chi la nutre, che per chi ne è oggetto.

Trattenere la rabbia e il rancore è come tenere in mano un carbone ardente con l’intento di gettarlo a qualcun altro: sei tu quello che viene bruciato” ha insegnato il Buddha. “L’ostacolo più grande? La paura. La cosa più facile? Sbagliarsi. L’errore più grande? Rinunciare. Il sentimento più brutto? Il rancore. Il regalo più bello? Il perdono” gli fa eco madre Teresa di Calcutta. Tanto dovrebbe bastare a far capire la differenza tra il rancore e un sentimento di astio, avversione, rabbia o odio: i secondi spingono all’azione, condizione che sottende al chiarimento, il primo si limita ad avvelenare l’anima.

Esempi di utilizzo del termine sono le frasi “dimenticare i vecchi rancori”; “lasciarsi senza r.”; “non ti serbo r.”; “nutrire r.”; “lo dico senza r.”; “prova un sordo r.”; “nutre r. per la sua ex moglie” ecc.