La letteratura mondiale e la cultura di ieri, oggi e domani perde un grande artista. Arriva direttamente dagli Stati Uniti la notizia che Philip Roth non scriverà più alcun testo. Il panico tra i fedelissimi dello scrittore si era dipanato già nel tardo pomeriggio italiano di ieri: prima il New York Times, poi il New Yorker, l’Atlantic e la New York Review of Books: tutti i principali quotidiani della città americana rilanciavano una notizia apparsa qualche ora prima sul sito liberal Salon.com: «Philip Roth ha deciso di gettare la spugna», scriveva il direttore del «New Yorker» David Remnick in un lungo editoriale. Reminick è molto amico di Roth, da una vita candidato al premio Nobel per la letteratura ma mai vincitore: «Ne ha abbastanza di scrivere».

Un addio che arriva dopo oltre mezzo secolo di attività: Roth esordì con Goodbye, Columbus nel 1959 e da lì circa 30 testi, tutti universalmente riconosciuti come capolavori, che lo hanno innalzato a ruolo di una delle voci più belle ed armoniose del 20esimo secolo. I suoi Lamento di Portnoy , La macchia umana e Pastorale americana, testi vincitori dei più prestigiosi premi letterari, sono entrati di diritto in tutte le antologie letterarie. Ora, quasi 80enne, Roth alza bandiera bianca: «Scrivere mi è difficile. Nemesis sarà il mio ultimo libro», ha confidato in un’intervista  dello scorso mese alla rivista francese «Les Inrocks». La conferma ufficiale è poi arrivata da Lori Glazer, vicepresidente e portavoce del suo editore Houghton Mifflin: «Da un paio di anni a questa parte Philip lo andava ripetendo agli amici – prosegue Remnick – è difficile trovare un artista dei tempi moderni che più di lui si sia interamente consacrato alla propria arte». Ma perché Roth ha detto basta? Una persona che ha dedicato tutta la sua vita alla letteratura può aver perso, d’improvviso, la voglia di scrivere? Strano, molto strano. Soprattutto per uno come Roth, uno che a 74 anni ha ripreso integralmente a rileggere Hemingway, Turgenev e tutti i suoi autori preferiti.