I due italiani e il canadese rapiti in Libia nella mattinata di ieri sarebbero vittime di un gruppo di criminali comuni e non di terroristi dell’Isis o di al-Qaeda: a riferirlo è il portavoce di Komani Saleh, il sindaco di Ghat, la località al confine con l’Algeria in cui è avvenuto il sequestro.

Come già si sa Bruno Cacace, 56 anni, e Danilo Calonego, 68, sono due tecnici che lavoravano presso l’aeroporto della città in qualità di dipendenti della ditta Con.I.Cos di Mondovì insieme all’ingegnere canadese. Il terzetto è stato fermato da un gruppo di uomini mascherati e pesantemente armati  mentre stava attraversando la strada fra Tahala e Ghat.

Le autorità locali hanno convocato una riunione con le strutture militari del posto per poter avviare le operazioni di ricerca e di recupero dei rapiti, che a quanto sembra non dovrebbero essere caduti nelle mani di terroristi.

A confermare l’ipotesi c’è anche Gian Franco Damiano, presidente della Camera di Commercio italo-libica, intervistato da Radio1 Rai: “Il rapimento dei nostri due connazionali in Libia credo risponda a una logica di semplice criminalità e non sia legato ad aspetti terroristici, come avvenne per i quattro lavoratori della Bonatti”.

Damiano ha anche voluto spendere qualche parola a favore della società e della sua dirigenza, consapevoli della pericolosità della zona in cui lavoravano i due dipendenti e che per questo avevano preso le necessarie misure di sicurezza: “Conosco personalmente il titolare e l’ingegnere che dirige i lavori in Libia e posso assicurare che hanno sempre tutelato la sicurezza dei propri dipendenti. Quella non è una regione estremamente pericolosa, come si dice. Certo, è una zona di traffici, nella quale è forte la presenza di alcune tribù ma soprattutto non dobbiamo dimenticare che, all’epoca della rivoluzione, sono evasi dalle carceri 17 mila detenuti comuni: un piccolo esercito di delinquenti che si è spalmato su tutta la Libia.”

Intanto si apprende che Calogego era già scampato a due imboscate che gli erano state tese nell’ottobre del 2014 dai predoni del deserto della Libia: nonostante l’esperienza di prima mano del rischio in cui avrebbe potuto incorrere, l’uomo era voluto tornare sul posto dopo aver accettato un altro incarico.