Hanno portato a nuove rivelazioni e ad alcune conferme le indagini sulla morte di Fausto Piano e Salvatore Failla, due dei quattro italiani rapiti lo scorso luglio in Libia.

In precedenza, anche a causa della pubblicazione di un video da parte del media center di Sabrata (luogo dell’uccisione) si era pensato che la coppia avesse perso la vita nel corso di un raid delle milizie governative all’interno di un covo di jihadisti. A dare sostegno all’ipotesi c’era il racconto di un testimone libico.

Oggi però la Farnesina ha dato ufficialità a un’altra versione, che sarebbe corroborata da una donna tunisina fatta prigioniera nell’operazione militare. Failla e Piano avrebbero fatto parte di un convoglio di jihadisti (ancora poco chiaro se possano essere davvero membri di Isis) formato da due fuoristrada.

Nell’assalto alle due vetture, impegnate nel trasferimento degli italiani, sarebbero morte otto persone, e sarebbero stati fatti prigionieri un siriano, una tunisina e suo figlio di 3 anni. Proprio quest’ultima ha affermato che i quattro italiani rapiti sarebbero stati presi in consegna dall’Isis e poi divisi in un momento antecedente al blitz.

Taher El-Gharably, presidente del Consiglio militare locale,  ha confermato che la donna catturata avrebbe riferito nell’interrogatorio che gli altri due italiani rapiti si troverebbero in un luogo nella periferia di Sabrata. Le ricerche sarebbero attualmente in corso.

Non è ancora chiaro però se la responsabilità della morte di Failla e Piano possa essere attribuita ai colpi esplosi dalle milizie di Tripoli (i due potrebbero essere stati usati come scudi umani). Resta quindi ancora ignota la dinamica dell’incidente – le due vetture crivellati di colpi sono state incendiate e fatte esplodere per ragioni ignote – nonché il luogo esatto dello scontro.

Così come, testimonianze a parte tutte da veririficare, resta ignota la vera identità dei rapitori o di coloro che avevano in consegna i due italiani. Negli scorsi mesi infatti si era parlato di una trattativa per il rilascio intrapresa dallo stato italiano: principale interlocutore sarebbe stato un gruppo tribale islamista dedito ai rapimenti nella zona costiera della Libia.

Ma in seguito ai raid americani contro i militanti tunisini dell’Isis a Sabrata (dove sono ancora in corso sporadici combattimenti) lo scenario sarebbe cambiato e il quartetto di dipendenti della ditta Bonatti rapiti a Mellita sarebbe potuto finire nelle mani di un gruppo radicale. Stando ad alcune fonti una parte del riscatto sarebbe stata pagata, anche se non è chiaro quando e a chi.

Ciò che è invece certo è che Gino Tullicardo e Filippo Calcagno sarebbero ancora in vita, come confermato da Marco Minniti, sottosegretario con delegata all’intelligence che si sta occupando del caso. I dirigenti dei vari organi deputati al salvataggio dei due fanno sapere che le informazioni disponibili al pubblico e alla stampa sono limitate per non compromettere il successo delle attività ancora in corso.