Sembra essere sempre più prossimo l’annuncio dell’impegno militare dell’Italia in Libia dopo i recenti avvenimenti di queste ore che hanno riguardato l’uccisione e la liberazione dei membri del gruppo di dipendenti della ditta Bonatti rapiti lo scorso luglio.

A caldeggiare l’intervento italiano sono in primis gli Stati Uniti, che hanno prospettato l’utilizzo di 5mila soldati appartenenti al contingente della coalizione internazionale. Le previsioni parlano di un minimo di 3mila uomini impiegati e un massimo di oltre 7mila. A quanto pare i due terzi del totale potrebbero essere forniti proprio dall’Italia.

Ma come noto per intervenire in Libia serve una richiesta esplicita del governo di unità nazionale, tutt’ora in formazione. Una condizione che però non sembra preoccupare l’ambasciatore americano nel nostro Paese, John R. Phillips, intervistato dal Corriere della Sera: “Stiamo lavorando accuratamente con l’Italia. Non possiamo forzare un accordo, però si va verso un governo di unità nazionale che, sulla base della risoluzione dell’Onu, potrà domandare al vostro Paese e ad altri di andare a Tripoli per creare isole di stabilità e progredire da queste. La Libia è la maggiore priorità per voi ed è molto importante anche per noi. E importa che prendiate la guida dell’azione internazionale”.

La struttura che si occuperò del coordinamento delle operazione pare essere già stata individuata nel comando mobile della divisione Acqui, un quartier generale che può essere spostato grazie alla sua natura modulare. Difficile per ora prevedere quanti e quali Paesi parteciperanno alla missione: pare certo l’intervento diretto del Regno Unito, mentre Germania e Spagna stanno ancora definendo i termini del loro impegno. Gli USA invece dovrebbero limitarsi a fornire un sostegno esterno con i mezzi presenti nel Mediterraneo, che si tratti di flotte navali o aeree e forze speciali.

La missione guidata dall’Italia in Libia potrebbe avere come obiettivo principale l’assicurarsi della stabilità del nuovo governo, contribuendo ad assicurare la sicurezza delle infrastrutture e l’addestramento dell’esercito, ma si può anche ipotizzare la cancellazione della presenza dello Stato Islamico in territorio libico.

Interrogato sulla possibilità di ritorsioni dell’Isis, il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha ribadito al Corriere della Sera come sia “ovvio che ci sia questa possibilità, dal momento che tutte le analisi investigative e di intelligence hanno stabilito un nesso tra la ‘politica punitiva’ messa in atto dall’Isis con gli attentati di Parigi e la partecipazione della Francia ad azioni militari”; ma d’altro canto anche ignorare la situazione libica “non è più tranquillizzante per la nostra sicurezza interna. Nella valutazione dei rischi, lasciare la situazione com’è non rende il quadro meno preoccupante per noi”.