Continua a rimanere molto tesa e preoccupante la situazione in Libia. L’insediamento del nuovo governo nazionale è un passo avanti importante per il raggiungimento della pace nel paese, come ha affermato anche il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni, eppure gli scontri non sono certo cessati.

L’arrivo a Tripoli di Mohammad Fayez al-Serraj, il nuovo capo del governo nazionale della Libia sostenuto dall’Unione Europea così come dall’Onu, è stato accolto in maniera molto favorevole dalla comunità internazionale, meno dalle forze di opposizione locali.

Il capo del governo della Libia non riconosciuto dall’Ue e dall’Onu, Khalifa Ghwell, ha infatti intimato alle nuova coalizione di lasciare la capitale della nazione. Khalifa Ghwell ha minacciato addirittura di arrestare Mohammad Fayez al-Serraj nel caso non se ne vada subito da Tripoli.

Al termine della conferenza stampa tenuta da Khalifa Ghwell, il network satellitare che l’ha trasmessa, al Nabaa, ha visto sospendere le sue trasmissioni ed è apparsa una scritta che rende noto che: “Gli abitanti di Tripoli hanno serrato questa emittente, che incita alla guerra e all’odio. Denunceremo chiunque continui a lavorarvi”.

Intanto nella capitale della Libia sono aumentati gli scontri, si sono sentiti colpi di arma da fuoco, l’aeroporto di Mitiga è stato chiuso, molti voli diretti a Tripoli sono stati cancellati per “ragioni di sicurezza” e la situazione nel paese resta in generale di alta tensione.

Il capo della commissione sicurezza del Consiglio di presidenza del governo di riconciliazione libico, il colonnello Abdel Rahman, ha specificato che “nessuna forza straniera ha partecipato all’operazione condotta oggi di rientro a Tripoli dei membri dell’esecutivo”.

Nonostante la complessità del momento che sta attualmente vivendo la Libia, il ministro Paolo Gentiloni resta fiducioso e ha affermato che la costituzione del nuovo governo: “È un altro passo avanti per la stabilizzazione del Paese”. Mentre Martin Kobler, l’inviato per la Libia delle Nazioni Unite, spera in una “transizione pacifica del potere”.