Un covo di vipere” di Andrea Camilleri (Sellerio 2013) è il ventunesimo libro sul commissario Montalbano. Pubblicato alla fine di maggio, è stato in realtà scritto nel 2008, come riporta lo stesso Camilleri nella nota finale del testo. Troppo a ridosso della pubblicazione di “La luna di carta” del 2004, la casa editrice ha però preferito tenerlo congelato nei suoi archivi fino alla data odierna.

Sognando, Montalbano è entrato in un sogno dipinto da Rousseau, il Doganiere. Si è ritrovato, insieme alla fidanzata Livia, nel respiro di luce e nella convivenza innocente di un’edenica foresta. Gli intrusi riconoscono il luogo solo grazie a un cartello inciso a fuoco. Sono nudi. Ma portano addosso l’ipocrisia di foglie di fico posticce, fatte di plastica. L’armonia dell’eden, la sua mancanza di volgarità e violenza, è una finzione pittorica. Non appartiene a nessun luogo reale. E neppure ai sogni. Ciononostante, anche nella cieca e brutale realtà può sopravvivere la delicatezza del canto discreto e cortese di un uccello del paradiso saltato giù dai rami dipinti o sognati. Montalbano viene svegliato dal fischiettare di un garbato vagabondo che intona II cielo in una stanza, con “alberi infiniti”, imponendosi sul fracasso di un temporale. La filologia congetturale del commissario deve applicarsi al fondo torbido e malsano di esistenze nascoste e incarognite dal malamore, dagli abusi e dalle sopraffazioni, dalla crudeltà e dalla sordidezza, dalle ritorsioni e dai ricatti, dalla gelosia e dal rancore: non meno che dall’interesse. Il ragioniere Cosimo Barletta, sciupafemmine compulsivo e strozzino, è stato trovato morto: ucciso con modalità che a prima vista appaiono inesplicabili, e addirittura insensate. Montalbano indaga sui segreti impenetrabili di una famiglia e sui misteri di una comunità. Sui rapporti di sangue e quelli di affinità.

La storia affrontata è scabrosa e a tratti indecorosa, ma l’autore sa trattarla con estrema delicatezza e trasfigurarla in una sorta di tragedia greca. L’omicidio del ragioniere Cosimo Barletta apre scenari oscuri ed inquietanti. La vittima, uccisa due volte da due ipotetici assassini, rivela presto una personalità complessa, ma per quale motivo ben due persone hanno voluto ammazzare Barletta lo stesso giorno? Quanto può essere torbida la vita di un uomo di mezza età, vedovo e padre di famiglia? L’indagine si espande a macchia d’olio; tanti possono essere i soggetti che hanno qualche buon motivo per farlo fuori, compresi i suoi due figli, Arturo e Giovanna: ne scaturisce un universo umano pregno di segreti e zone d’ombra, ma è la famiglia su cui si accentra la lente d’ingrandimento, un covo di vipere per l’appunto. Un’escalation di scabrose verità, fino a un finale che si lascia intravedere, ma che riesce ugualmente a sconvolgere per la sua crudezza.

Insomma, che dire di quest’ultima avventura di Montalbano? “Un covo di vipere” è certamente uno dei romanzi in cui Camilleri dà il meglio di sé, ma ciò che più sorprende è come l’autore sia riuscito ad equilibrare scomode verità, presagi nefasti, momenti di vis comica ed attimi di sublime bellezza.

L’autore

Nato a Porto Empedocle (Agrigento) il 6 settembre 1925, Andrea Camilleri vive da anni a Roma.  Iscrittosi alla Facoltà di lettere, abbandona gli studi per dedicarsi alla pubblicazione di racconti, poesie e alla passione per il teatro. Dal 1948 studia regia all’Accademia d’Arte Drammatica Silvio d’Amico e inizia la sua attività di sceneggiatore e regista. Da allora ha messo in scena oltre cento titoli, molti dei quali di Pirandello. Nel 1958 è il primo a portare in Italia il teatro dell’assurdo di Beckett, prima al teatro dei Satiri di Roma e poi in televisione con Adolfo Celi e Renato Rascel. E’ stato autore, sceneggiatore e regista di programmi culturali per la radio e la TV; ha inoltre prodotto diversi programmi televisivi, tra cui un ciclo dedicato dalla Rai al teatro di Eduardo e le famose serie poliziesche del commissario Maigret e del tenente Sheridan. Ha insegnato al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma ed all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”. I suoi primi racconti sono stati editi da riviste e quotidiani, ma l’esordio narrativo è datato 1978 con “Il corso delle cose” pubblicato da un editore a pagamento. Nell’80 pubblica con Garzanti, “Un filo di fumo”, il primo romanzo ambientato nell’immaginario paese di Vigàta, poi per 12 anni non escono più suoi romanzi. Nel 1992 pubblica per Sellerio “La stagione della caccia”. Nel 1994 con “La forma dell’acqua”dà vita al personaggio del commissario Montalbano, protagonista di una nutrita serie di romanzi. Da quel momento la sua produzione è molto ricca e il successo immenso (sei milioni e mezzo di copie vendute soltanto in Italia, 120 traduzioni in tutte le lingue). Alla fine del 2002, accetta la nomina a direttore artistico del Teatro Comunale Regina Margherita di Racalmuto.