È un dubbio che assilla da anni sia lavoratori che aziende, quello dell’effettiva applicabilità del licenziamento per scarso rendimento.

A mettere ordine nella questione ci ha pensato oggi la Cassazione con una sentenza che mette paletti e delimita le possibilità di movimento delle aziende e definisce i diritti dei lavoratori.

Il licenziamento per scarso rendimento può dunque avvenire solo nel momento in cui l’azienda ha la possibilità di dimostrare e quantificare il livello medio di efficienza dei suoi dipendenti, al di sotto del quale si collocherebbe la prestazione del lavoratore il cui contratto deve essere rescisso.

A ciò si aggiunge anche la definizione di uno standard produttivo che l’azienda avrebbe dovuto inizialmente concordare con il dipendente, non sempre di facile definizione.

In generale la giurisprudenza italiana collega la possibilità di licenziamento alla contestazione di azioni e condotte specifiche, e non a una valutazione globale delle prestazioni lavorative, che andrebbero verificate in sede di assunzione.

I giudici della Cassazione hanno dunque subordinato il procedimento sia all’introduzione di un criterio per la valutazione, alla quale concorrono anche i contratti nazionali o aziendali che definiscono gli standard minimi richiesti a dipendenti, ma anche alla dimostrazione di gravi e persistenti inadempienze.

Un’azienda, insomma, non può licenziare sulla base del mancato raggiungimento di obiettivi arbitrari, ragionevoli o meno che fossero, dato che questo criterio rimane di per sé soggettivo, ma potrà procedere in tal senso solo dimostrando il mancato rispetto degli obblighi contrattuali.