In effetti il reddito di cittadinanza bocciato dai cittadini svizzeri al referendum del 5 giugno scorso (70% di voti contrari) era qualcosa di totalmente diverso rispetto al disegno di legge sostenuto ormai da anni dal Movimento 5 Stelle. Il progetto puntava infatti a distribuire 2.500 franchi svizzeri mensili a tutti gli adulti e 625 ai minorenni, somigliava più a una rendita universale destinata a ogni cittadino, occupato o disoccupato che fosse. E dunque non prevedeva alcun elemento discriminante per l’assegnazione né in termini di situazione reddituale individuale né di impegno attivo nella ricerca di un impiego. In realtà il comitato promotore, che aveva raccolto 116mila firme, proponeva una modifica della Costituzione delegando poi i dettagli, compreso l’importo, al governo.

L’altro giorno sul blog del Movimento è apparso un post collettivo, cioè non firmato, in cui si torna a chiarire i contorni della propria proposta. Muovendo dalle osservazioni del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco che, proprio quel fine settimana, aveva spiegato come “se dessimo 500 euro per 12 mesi a ogni cittadino il totale dell’esborso sarebbe pari al 20 per cento del Pil, e questo è impossibile. Non è quindi questa la risposta dal punto di vista finanziario”. Nell’intervento il Movimento risponde che l’impegno sarebbe solo dell’1% del Pil, intorno ai 15 miliardi di euro. Rimandando, per le coperture, ai tagli di spese militari, della Pubblica amministrazione, alla tassazione di banche e assicurazioni, all’aumento dei canoni per l’estrazione di idrocarburi, alle pensioni d’oro, al gioco d’azzardo e ad alcune altre misure. Molte, di primo acchito, piuttosto sovrastimate. Ma non è questo il punto.

Nell’intervento si delineano le differenze con la proposta bocciata in Svizzera. Che in effetti si configurava più come un “reddito universale di cittadinanza” piuttosto che un “reddito minimo garantito”. Sono due istituti nettamente diversi, ha ragione il M5S: il primo va a tutti, senza particolari parametri per l’assegnazione. Roba da dimenticata jamahiriya libica ai tempi di Gheddafi. Il secondo è destinato alle fasce in difficoltà e viene versato solo finché i beneficiari soddisfino certi requisiti. Nel caso del Movimento 5 Stelle si parla di accettare i percorsi formativi e di riqualificazione, con alcuni elementi scivolosi come “nel rispetto delle proprie competenze” e delle “richieste produttive del territorio”. Ma anche di accettare le proposte che arrivano tramite i Centri per l’impiego, con un massimo di tre rifiuti, di contribuire per un massimo di otto ore a settimana a progetti per la collettività e la comunità e di dimostrare di cercare lavoro almeno due ore al giorno, tramite tracciamento informatico. L’importo proposto è di 780 euro da aumentare in base ai componenti del nucleo familiare.

Il disegno presenta dei punti deboli macroscopici, pur in un impianto condivisibile. Il principale sembra la mal riposta fiducia sui Centri per l’impiego, che in Italia non impiegano nessuno se non chi ci lavora. Per l’Istat il lavoro si trova infatti in un caso su tre grazie alla rete relazionale di amici e parenti, solo il 25% (secondo l’Eurostat) vi si rivolge e ogni addetto trova un’occupazione in media a quattro disoccupati, contro i 43 delle agenzie private. Insomma, allo stato dell’arte si tratta di soggetti davvero poco significativi del comparto, dove domanda e offerta s’incrociano di rado. Non sono pronti, da un giorno all’altro, a sostenere il compito che si riverserebbe sulle loro gracili spalle con l’introduzione di un reddito minimo garantito. Dovrebbero essere completamente ribaltati  ma è difficile che accada in un Paese che non riesce neanche a far decollare l’Anpal, l’agenzia per le politiche attive figlia del Jobs Act a cui spetterà il compito di revisionare lo strano meccanismo dei centri per l’impiego.

In seconda battuta quei vincoli sulle “richieste del territorio” e le proprie “competenze” sono in parte contradditori: le competenze, se sono fuori mercato, devono aggiornarsi. Non c’è scampo. Altrimenti c’è il rischio che un singolo individuo, magari perché scarsamente formato e residente in una zona con poche offerte di lavoro, finisca per fruire vita natural durante di questo tipo di reddito. Più sensato sarebbe comunque stabilire una durata massima nell’arco della vita: 5 anni frazionabili? Non so. L’idea che deve passare, però, è precisa: il reddito minimo non dev’essere un materasso in cui adagiarsi sperando che non arrivino offerte da rifiutare o frequentando corsi di riqualificazione sempre e comunque in linea con le proprie competenze, evidentemente inutili in certe parti d’Italia. Se non c’è domanda sufficiente di certe mansioni quelle competenze devono allargarsi e ampliarsi, anche fino a immaginare la necessità di accettare un trasferimento in altre regioni a fronte di alcune garanzie.

Al contempo bisognerebbe lavorare sui cortocircuiti che nascerebbero ad esempio con chi è impiegato part-time, che potrebbe finire per percepire meno dei 780 euro garantiti a chi sta cercando lavoro. Come compensare quest’assurdità?

Se il lavoro socialmente utile è più che condivisibile, un po’ più complesso è monitorare seriamente che un individuo trascorra due ore al pc a cercare lavoro. Rimane infine l’elemento della frode: nella patria dei falsi invalidi siamo davvero certi che il reddito minimo non finisca per trasformarsi in un sostegno pubblico che in teoria dovrebbe soddisfare una serie di parametri ma che alla fine, vuoi per il cavillo, per la poca domanda di lavoro o per il funzionario corrotto rimane a sostenere non solo chi non abbia alcuna intenzione di lavorare ma anche chi abbia redditi nascosti, percepiti in nero, magari con doppi o tripli lavori, chi appartenga alla criminalità organizzata? No, l’Italia non è ancora pronta per un provvedimento simile. Lo sarà quando l’apparato pubblico sarà efficiente, quando i database saranno messi in comune, quando i Centri per l’impiego funzioneranno davvero e quando il senso civico avrà fatto un salto in avanti.