In Italia c’era una domanda di giustizia enorme, dolorosa, straziante. Arrivava dal grido strozzato dei parenti e degli amici delle migliaia di morti e feriti a causa degli incidenti stradali: 3.381 i primi e 251.147 i secondi solo nel 2014, secondo l’Istat. Quasi 180mila gli eventi che, quell’anno, hanno prodotto questa strage annunciata.

Ma era una domanda, lasciatemelo dire, che saliva intensamente anche da tutte le persone perbene, quelle che non fanno un passo se non sanno di poterlo fare in sicurezza. Quelle che vivono una vita giusta, pensando alle conseguenze delle proprie azioni su se stesse e sugli altri. Quelle che però fanno poco notizia, perché i media preferiscono ricamare sui peggiori per accompagnare una terribile corsa al ribasso anziché sottolineare i migliori.

Adesso quella domanda di giustizia è colmata. Non è poco, in un Paese grigio, scivoloso, pavido come il nostro. Il reato di omidicio stradale colposo diventa una fattispecie a se stante finendo all’articolo 859-bis del codice penale e soprattutto inviando agli italiani, specialmente a quelli che credono che tutto sia possibile e consentito in virtù della propria arroganza o immaturità, quelli che non guardano al di là del proprio stupido naso, un messaggio forte e preciso. Anzi, per una volta un messaggio severo. Finalmente. Perché la brutta politica, per difendere le proprie miserie, non ha mai avuto l’autorevolezza per dire chiaro e tondo ai cittadini come non ci si può in alcun modo comportare. Pena, l’esclusione dalla società civile.

Il Senato, in un teatrino che fino all’ultimo ha fatto temere il peggio, ha approvato ieri con un (sacrosanto) voto di fiducia che ha di nuovo spiazzato gli strateghi pentastellati l’ennesimo passaggio del disegno di legge dedicato all’inasprimento delle pene per i reati stradali. Da 2 a 7 anni, come oggi, se si è procurata una morte violando il codice della strada, da 8 a 12 se si era in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di droghe,  da 5 a 10 con tassi alcolemici inferiori o per condotte pericolose, dal rosso al semaforo alla guida contromano. Con una serie di aggravanti che, anche in questo caso, raccontano una scelta di atteggiamento e possono condurre fino a 18 anni di reclusione e alla revoca della patente fino a 30 anni. Su tutti la pesantissima sanzione riservata a chi fugge: da uno a due terzi di pena  in più, comunque non meno di cinque anni. Dietro questa norma c’è una parola: responsabilità. Bisogna che gli italiani, non solo sulla strada ma in ogni questione quotidiana, alzino la testa e raddrizzino la schiena regalandosi una dignità che spesso non hanno.

Dell’approvazione del provvedimento va dato atto al duro lavoro delle associazioni come l’Asaps e quelle intitolate a Lorenzo Guarnieri e Gabriele Borgogni ma anche al governo di Matteo Renzi che su questi punti ha il coraggio, nonostante un Parlamento a tratti impresentabile, di tirare dritto e sfidare i gruppi assembleari sul merito delle questioni poste alla loro attenzione. Anche stavolta, pur con una fiducia posta solo per arrivare alla conclusione di un percorso durato quattro anni, chi non ha votato ha perso un’occasione per parlare al Paese con voce pulita.

Chi guida distrattamente, sale in macchina ubriaco o drogato, fugge dopo un incidente ha ora la certezza di poter trascorrere tanti anni in galera. Com’è giusto che sia per chi si mette al volante senza pensare di avere un’arma, e le vite degli altri, fra le mani. Adesso spetterà ai giudici evitarsi l’ennesima ridda di critiche e applicare con fermezza gli strumenti normativi di cui, fino a ieri, dicevano di non disporre: ora hanno i mezzi, facciano giustizia. Cambino la testa degli italiani facendo loro sentir la bruciante sensazione di essersi giocati anche la propria, di vita, oltre a quella di chi è rimasto sull’asfalto.