Il termine loquace deriva dal latino “loquax –acis”, parola composta da “lŏqui” = “parlare” e dal suffisso aggettivale “ax -acis”, che funge da rafforzativo di un’ attitudine, un modo di essere o agire del soggetto. Loquace è dunque colui che ama parlare, discorrere; colui che è dotato una buona parlantina; che parla molto ed ha sempre la parola pronta, esattamente come “vorace” si dice di colui che mangia in modo esagerato; “audace” è chi osa senza limiti; “tenace” chi resiste ad oltranza; “pugnace” colui combatte fino allo stremo; “vivace” il bambino particolarmente vivo, vitale, vispo e “sagace” chi è particolarmente perspicace e si mostra sempre pronto ed avveduto.

Sinonimi di loquace sono dunque: chiacchierone, ciarliero, espansivo, logorroico, prolisso, estroverso. Contrari sono invece: “di poche parole”, “riservato”, “taciturno”, “discreto”, “silenzioso”, “quieto”, “introverso”, “chiuso”, “laconico”; mentre l’ avverbio che ne deriva è “loquaceménte”, “con loquacità” (“conversare loquacemente”).

Modi di dire comuni sono quindi: “è un/una uomo/donna loquace” o “non sei molto loquace oggi”, ma in senso figurato, loquace si può dire anche di un animale particolarmente ‘rumoroso’, che emette con insistenza il suo verso. Le rane, per esempio, per il loro continuo gracidare si possono definire “loquaci”, così come gli uccellini per l’ insistente cinguettare, ma anche pappagalli, anatre e grilli . “Stuol d’anitre loquaci in secca riva / con rauco mormorar lieto l’attende” scrive Torquato Tasso nel canto XIII de La Gerusalemme Liberata.

Loquace si può inoltre dire di un gesto, uno sguardo, un’ occhiata e perfino di un silenzio. In questo caso tuttavia l’ aggettivo assume il significato di “notevole efficacia espressiva” e viene usato come sinonimo di “eloquente”, “espressivo”, “significativo”, ed indica ciò che esprime qualcosa senza ricorrere alle parole.