L’omicidio del piccolo Loris Stival continua a rimanere avvolto nel mistero. Adesso è però arrivata la versione di quanto sarebbe accaduto secondo l’unica accusata della sua morte, la madre Veronica Panarello.

Nel corso della sua deposizione alla Procura di Ragusa, la giovane ha dichiarato di “avere preso coscienza dei fatti sin dallo scorso mese di luglio”. Quindi ciò che aveva dichiarato fin dall’inizio delle indagini per la morte di Loris non era frutto della sua fantasia, bensì “ciò che ho sempre ritenuto fosse accaduto”.

Secondo Veronica Panarello, il figlio Loris non è stato ucciso, ma è morto per un incidente mentre giocava con delle fascette. Dopo il terribile fatto, la madre racconta di aver portato il corpo del bimbo nel canalone, e quindi di essere andata a Donnafugata a un corso di cucina. Dopodiché, come racconta: “ho incominciato a rimuovere il ricordo di ciò che avevo fatto, rappresentandomi in realtà che avevo lasciato Loris a scuola”.

Veronica Panarello in Procura ha ricostruito gli attimi della morte di Loris: “Era in piedi, con il busto reclinato in avanti e la mani poggiate sul petto, ho pensato che avesse difficoltà a respirare per avere ingerito qualcosa che gli era andato di traverso”. La giovane donna sarebbe poi intervenuta “battendogli la schiena” e “cercando di mettergli una mano in bocca”, mentre Loris era “violaceo in viso” e “si accascia in posizione supina”.

La Panarello sostiene poi che ha “potuto notare che il collo era cinto da una fascetta, le stesse che aveva ai polsi” e con cui aveva giocato “la sera prima”. Quindi avrebbe cercato di strappare la fascetta “anche con le unghie”. Tutto invano, perché “ho poggiato la mia guancia sulla sua bocca per potere udire il suo respiro, ma non sentivo nulla”.

La madre di Loris ha spiegato perché non ha chiamato un’ambulanza, oppure il marito: “Mi sono bloccata e ho pensato che non avrei saputo come giustificare quanto accaduto”. La Panarello ha così deciso di lasciare il cadavere del figlio a Mulino Vecchio: “Mi sono diretta verso Punta Secca non sapendo ancora dove andare, combattuta tra chiedere soccorso e il dubbio su come avrei potuto giustificare l’accaduto”. È a questo punto che tutto per lei diventa soltanto “un brutto sogno che avevo fatto”.