Nuovo incidente di percorso per il Movimento 5 Stelle – M5S – dopo i problemi tutt’altro che risolti di Roma riguardanti il caso Muraro e la giunta di Virginia Raggi.

È infatti delle ultime ore l’esplosione del caso che ha coinvolto Luigi Di Maio, già da qualche tempo contestato da parte degli attivisti del Movimento, e ora sotto attacco a causa delle spese e dei contestuali rimborsi chiesti.

Al vicepresidente della Camera sarebbero infatti contestati i quasi 100mila euro spesi nel corso di tre anni, per quelli che il parlamentare ha definito “attività sul territorio”: il diretto interessato ha spiegato trattarsi di poco meno di tremila euro al mese, una cifra adeguata per un politico che organizza eventi sul territorio e che d’altro canto le sue sarebbero spese del tutto trasparenti.

Il Pd è dunque partito all’attacco, partendo dai dati ricavati dal sito del libro Supernova degli ex 5 Stelle Marco Canestrari e Nicola Biondo, contestando la presunta ipocrisia del deputato. Alessia Morani, vicepresidente del gruppo dei democratici alla Camera, ha chiesto provocatoriamente: “Come fa Luigi Di Maio a parlare di risparmi, di lotta agli sprechi e di attività politica francescana?”, seguita da Emiliano Minnucci, il quale ha puntualizzato che la cifra resa nota può essere considerata “una bella sommetta, ancor di più se considerato che non comprende aerei e treni”.

Più cauta la deputata del Pd Giuditta Pini, la quale ha chiesto semplicemente che finalmente vengano riconosciute le spese della politica: “Quello che mi piacerebbe è che si dicesse però una volta per tutte che la politica ha un costo e che non è vero che tutti la possono fare gratis o pagando di tasca loro, perché non tutti sono imprenditori o ricchi professionisti con una rendita.”

La Pini però incalza e sottolinea quanto sia poco trasparente il metodo scelto dai membri del M5S, che documentano tutto pubblicamente ma senza garanzie: “Mi piacerebbe andare oltre e approfittare della polemica per ricordare che il Movimento 5 stelle non pubblica un bilancio perché non ha un tesoriere e che i resoconti dei loro deputati e senatori, che con vanto sono pubblicati sul sito tirendiconto, sono in realtà molto opachi. Ma non potrebbe esser altrimenti perché lì Di Maio e i suoi colleghi fanno rientrare molte spese politiche che gli altri partiti finanziano con i rimborsi elettorali o con i fondi dei gruppi. Non si spiegano altrimenti tutte queste spese per affitti, cene o appunto attività sul territorio”.

Sarebbe così finito disatteso l’appello all’unità interna lanciato da Beppe Grillo in queste ultime settimane, dato che Di Maio sembra essere sempre più osteggiato da una fronda di circa 70 eletti guidata da Roberto Fico, che vorrebbe un ritorno alle origini più popolari e meno legate alle personalità emerse in questi anni nel Movimento.