Oggi, negli Stati Uniti, è stato il giorno della commemorazione della Marcia di Selma (in Alabama), la storica marcia che cinquant’anni fa (il 7 marzo del 1965) segnò una svolta nei diritti civili statunitensi, garantendo il diritto di voto, sino ad allora negato, agli afroamericani degli Stati del Sud del Paese.

La commemorazione della Marcia di Selma è arrivata il giorno dopo in cui si è verificata l’ennesima uccisione di un ragazzo afroamericano da parte della polizia americana: l’episodio è accaduto a Madison, nel Wisconsin (qui tutti i particolari della vicenda) e ha riacceso polemiche e proteste.

Marcia di Selma: le parole di Barack Obama

Presente all’evento, ovviamente, anche il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che ha tenuto un discorso. A fianco a lui, sul palco, sono stati presenti anche la First Lady Michelle e l’ex inquilino della Casa Bianca George Bush, in compagnia della consorte Laura.

Obama ha ricordato che il lavoro iniziato dalla Marcia di Selma non è certamente terminato: “Sappiamo che la marcia non è ancora conclusa, la corsa non è ancora vinta. Il cambiamento dipende da noi, dalle nostre azioni, da quello che insegniamo ai nostri figli. Con questo sforzo possiamo assicurarci che il nostro sistema giudiziario funzioni per tutti, non per alcuni“.

Il Presidente ha fatto riferimento anche a quanto accaduto qualche tempo fa a Ferguson e in altre città degli Stati Uniti: “Io rifiuto l’idea che nulla sia cambiato. Quanto è accaduto a Ferguson potrebbe non essere un fatto isolato, ma non è più endemico o sancito dalla legge e dai costumi. E prima del Movimento per i diritti civili sicuramente lo era“.

Obama si è detto assolutamente fiducioso sulle nuove generazioni. Ricordando quanto la Marcia di Selma sia stata e continua ad essere di grande ispirazione per le battaglie sociali, il Presidente ha dichiarato con entusiasmo che: “Dalle strade di Tunisi a quelle dell’Ucraina, questa generazione di giovani può trarre forza da questo posto dove gente senza potere poté cambiare la più grande superpotenza del mondo e spingere i propri leader ad espandere i confini della libertà“.