Esaltazione dei progresso tecnico e scientifico, e delle prospettive affatto nuove che esso apre, passione per il nuovo valore, la velocità, corsa verso il futuro e bisogno di liberarsi dei limiti, dei retaggi che la vecchia cultura impone”: questi gli elementi base del Manifesto del Futurismo, pubblicato da Marinetti sul quotidiano parigino Le Figaro il 20 febbraio 1909.

Sull’onda della rivoluzione tecnologica di inizio Novecento, così Filippo Tommaso Marinetti  fondava il movimento futurista e professava la sua incrollabile fede nel progresso. Presto l’adesione al nuovo movimento coinvolge molte delle giovani leve di artisti, tra cui numerosi pittori che creano nel giro di pochi anni uno stile futurista ben chiaro e preciso. Tra essi Umberto Boccioni, Giacomo Balla, Gino Severini, Luigi Russolo e Carlo Carrà.

Al manifesto che ne espose i principi guida, seguì di li a poco la firma del Manifesto dei pittori futuristi (1910) e del  Manifesto tecnico della pittura futurista (1911), tanto che la produzione di tali scritti divenne uno dei tratti più tipici del movimento: attraverso di essi gli artisti dichiaravano i propri obiettivi e gli strumenti per ottenerli, rendendoli documenti indispensabili alla comprensione del futurismo stesso.

Nei manifesti si esaltava la tecnica, il dinamismo, la velocità, l’industria e persino la guerra; si dichiarava una fiducia illimitata nel progresso e si decretava la fine delle vecchie ideologie (bollate con l’etichetta di “passatismo”). Ciò che in  sostanza il futurismo rifiutava era il concetto di un’arte élitaria e decadente, confinata nei musei e negli spazi della cultura aulica, proponendo invece un balzo in avanti, per esplorare il mondo del futuro, fatto di parametri quali la modernità contro l’antico, la velocità contro la stasi, la violenza contro la quiete, e così via.

In breve tempo il Futurismo divenne il movimento artistico di maggior novità nel panorama culturale italiano, abbracciando ogni forma di espressione, dalla pittura alla scultura, alla letteratura (poesia e teatro), la musica, l’architettura, la danza, la fotografia, il cinema e persino la gastronomia. Pur restando un movimento solo italiano, e non internazionale, arrivò ad esercitare notevole influenza nel dibattito artistico di quegli anni, contribuendo in maniera determinante alla nascita delle avanguardie russe, quali il Cubofuturismo, il Suprematismo e il Costruttivismo.

Lo scoppio della guerra disperse poi molti degli artisti protagonisti della prima fase del futurismo: Boccioni morì nel 1916; Carrà, dopo aver incontrato De Chirico, si rivolse alla pittura metafisica e, come lui, altri giovani pittori, quali Mario Sironi e Giorgio Morandi, i cui esordi erano stati da pittori futuristi. Nel dopoguerra il carattere di virile forza di questo movimento finì inoltre per farlo integrare nell’ideologia del fascismo, esaurendone così la spinta rinnovatrice e confinandolo ad una dimensione “provinciale”. La sua rivalutazione sta avvenendo solo da pochi anni, tanto che dal prossimo 21 febbraio Tommaso Marinetti e gli altri guru del Futurismo saranno protagonisti di una grande mostra al museo Guggenheim di New York.