Ormai in recessione resta solo l’Italia. E secondo la Confindustria pure il Belpaese dovrebbe ritornare a crescere – poco – dal 2015. Ma questo dato è una ben magra consolazione davanti ai tanti problemi che sembrano offuscare il futuro dell’Europea: dalla crisi russa ed al relativo crollo del rublo, al rischio del voto senza vincitori in Grecia, alla politica monetaria Usa che sembra vicina alle prime mosse restrittive.

A questi problemi il Vecchio Continente aggiunge le divisioni interni e le diffidenze tra paesi, ben esemplificate dalle uscite del governatore della Bundesbank Jens Weidmann che ormai ripete quasi ogni giorno che il piano di Quantitative Easing che vuole lanciare Mario Draghi non sarebbe necessario anche in caso di deflazione in Germania, e che i paesi indebitati – ovvero soprattutto l’Italiadovrebbero fare di più.

Per rispondere alle tante diffidenze che circondano l’Italia, Matteo Renzi sta lavorando in diverse direzioni: oltre a lavorare per arrivare velocemente all’approvazione delle riforme, ci sono da cancellare tutti gli arretrati relativamente ai decreti di attuazione arretrati. All’insediamento del governo Renzi i decreti ancora da approvare erano 900, ora sarebbero 600, e l’obiettivo è, nel giro di un mese, di arrivare ad un arretrato di trecento.

La pressione sull’Italia è notevole: si racconta che negli incontri con gli interlocutori stranieri a livello europeo, ci sono richieste continue sui tempi necessari all’approvazione dei decreti attuativi. Non è un caso quindi che si stia lavorando a pieno ritmo per arrivare in tempo di record al decreto che dovrebbe abolire di fatto l’articolo 18 ed allargare la platea dei soggetti che potranno accedere ai sussidi di disoccupazione.

La posta in palio è chiario: il nostro primo ministro sa che per poter contrastare l’egemonia tedesca all’interno dell’Unione Europea, sia quella di presentarsi con i compiti a casa fatti.

Foto: Matteo Renzi via Facebook