Tra i possibili investimenti, almeno in teoria, quello in Arte sta mostrando buoni risultati in termini di rischio e rendimento.

Per valutare la potenzialità dell’Arte quale bene rifugio, oltre alla casa, il periodo di osservazione può essere quello relativo al 1995-2011, durante il quale gli indici di prezzo dei beni artistici evidenziano meglio la loro capacità di tenuta rispetto all’indice generale dei prezzi.

Secondo Nomisma, in tale periodo, abbastanza lungo da testare la capacità di tenuta del comparto moderno nei confronti dell’inflazione, ancorché bassa sin dagli anni ’90, solo nel biennio 2006-2007, l’Indice dei prezzi dell’Arte moderna in Italia fa registrare un tasso di rendimento medio annuale superiore all’inflazione media annuale. Un comportamento è riscontrabile nel contesto italiano, ma non in quello internazionale.

Nel caso dell’Arte moderna causa della scarsa tenuta dei prezzi nei confronti dell’inflazione è la debole politica culturale in Italia. Situazione analoga anche nel caso degli oggetti d’arte antica e per i dipinti dell’Ottocento la spiegazione più plausibile può essere imputata allo scarso ricambio generazionale e alla progressiva perdita di interesse da parte dei collezionisti emergenti (giovani e internazionali) verso tali comparti.

Tra i possibili asset d’investimento, almeno in teoria, quello in arte nel suo complesso sta mostrando buoni risultati in termini di rischio e rendimento, nonostante il settore risulti ancora troppo frammentario. In linea generale, come si evince dall’analisi dell’andamento dei principali indici del mercato artistico e finanziario, l’investimento in Arte (con riferimento all’indice NWA) batte quasi sempre quello in azioni, ma non riesce a sostenere il passo dell’oro, ad eccezione del contemporaneo.

A partire dal 1995, l’investimento in opere d’Arte scambiate a livello internazionale ha restituito un rendimento medio annuale del 2,13%, non elevato se comparato ai tassi di crescita fatti segnare dagli altri asset d’investimento (2,46% della Borsa statunitense e 4,06% del contratto derivato sull’oro quotato a New York), ma che è riuscito sempre a garantire una protezione dall’inflazione lungo tutto il periodo.

Paradossalmente, negli ultimi cinque anni, in cui si è registrato il biennio nero 2008-2009 oltre alla recessione in atto in questi mesi, il mercato internazionale dell’Arte ha garantito un ritorno medio annuale superiore e pari al 2,32%, a fronte di un +0,78% registrato dal valore dell’arte moderna in Italia.

Significativa, poi, è la differenza di comportamento, nel mercato italiano, tra il comparto moderno e quello contemporaneo, sia nel lungo periodo sia in reazione alla recente crisi economica e, sempre sul mercato italiano, tra l’Ottocento e l’antiquariato in Italia.

Ad oggi, un euro investito nominalmente nel 1995 nelle opere degli autori contemporanei del nostro campione risulterebbe pari a 4,48 euro (3,71 euro per l’oro), mentre lo stesso investimento nelle opere degli autori moderni, sempre appartenenti al nostro campione, avrebbe garantito solo 1,29 euro, seppure con un livello di rischio nettamente inferiore (il coefficiente di variazione è pari a 0,15 per l’Arte moderna, contro lo 0,44 dell’Arte contemporanea).

Tali risultati dimostrano, ancora una volta, come in Italia ci sia una scarsa attenzione internazionale al collezionismo dell’Ottocento italiano e una buona attenzione all’Arte contemporanea rispetto al segmento dell’Arte moderna, la cui domanda sembrerebbe meglio manifestarsi sul mercato internazionale.