IMPORTANTE: Maturità 2013 seconda prova, tutte le soluzioni e i link utili

E oggi tocca la seconda prova a tutti i maturandi 2013.

Per il liceo Socio-Pedagogico è stato scelto un brano di Nietsche tratto dal saggio “Sull’avvenire delle nostre scuole”, scritto nel 1872, quandoil filosofo era ancora professore a Basilea, e contiene alcune delle affermazioni più radicali e rivoluzionarie contro il sistema della cultura moderna che mai siano state enunciate. Questa è la traccia della prova.

Nel suo tentativo di «indovinare l’avvenire» fondandosi, «come un augure, sulle viscere del passato», Nietzsche è riuscito qui a individuare il nesso fra l’educazione scolastica, anche nelle sue zone più apparentemente disinteressate, e l’utilizzazione della forza-lavoro intellettuale da parte della società e ai fini della società stessa, che sono poi quelli di «allevarsi quanto prima è possibile utili impiegati, e assicurarsi della loro incondizionata arrendevolezza».

Di fronte a tale brutale intervento, ogni cultura che non voglia identificarsi con l’ordine costituito dovrà agire contro di esso. Dietro la spinta verso una diffusione sempre maggiore della cultura, in cui riconosceva uno dei «dogmi preferiti dall’economia politica di questa nostra epoca», Nietzsche vide dunque un proposito di oppressione e di sfruttamento, insomma l’ombra stessa dell’«economia politica» nel suo senso più generale. Apparirà perciò giustificato leggere questo testo anche come una preveggente analisi dell’industria culturale – e lo storicismo, qui attaccato frontalmente come il maligno incanto che riesce a «paralizzare» ogni impulso a mettere la cultura in immediato contatto con «l’ambiguità dell’esistenza», si rivelerà essere appunto l’agente di un enorme e nefasto processo sociale tuttora in corso.

IMPULSO ALL’ESTENSIONE E ALLA RIDUZIONE DELLA CULTURA: due tendenze erano in atto secondo Nietzsche in quegli anni. Da un lato quella ad una sempre maggiore estensione quantitativa della cultura, mirante a produrre sempre più rapidamente quantità sempre maggiori di prodotti culturali e di individui colti, dall’altro la tendenza – apparentemente opposta ma in realtà concordante con la prima nelle sue motivazioni essenziali – ad indebolire e sminuire la cultura, privandola della sua autonomia, per metterla al servizio di forze che le sono estranee, e cioè lo Stato e l’economia. Non dobbiamo dimenticare quali sono i fenomeni che Nietzsche aveva dinnanzi agli occhi: l’istruzione e la leva di massa, introdotte dallo stato napoleonico, si erano diffuse rapidamente in tutta Europa quali condizioni indispensabili di potenza, ordine e prosperità; la seconda rivoluzione industriale, in atto in quegli anni con epicentro proprio la Germania, stava stringendo con nuova forza vincoli da allora mai dissolti tra l’apparato della ricerca universitaria e quello della produzione; l’ascesa della Prussia e la fondazione, manu militari, dell’Impero tedesco portavano al centro dell’attenzione pubblica la nazione come fine ultimo della politica e come plesso simbolico per la mobilitazione delle masse; l’Accademia si mostrava come luogo privilegiato, se non esclusivo, per la produzione della cultura, contribuendo in modo decisivo a professionalizzare e statalizzare la figura dello studioso (tratto da academia.edu).

LA SPECIALIZZAZIONE: Perché possano funzionare la produzione e il consumo di cultura su scala industriale è necessario, secondo Nietzsche, che si instauri un particolare regime di divisione del lavoro nella ricerca universitaria: la specializzazione. Per caratterizzare questa “catena di montaggio” della cultura Nietzsche non esita ad utilizzare il concetto di sfruttamento e a tracciare un paragone diretto con la condizione operaia nella fabbrica (tratto da giornalecritico.it).

IL GIORNALISMO: In virtù di questo specialismo, gli studiosi non sono più in grado di prender parola su questioni di portata davvero generale, filosofica: non sono più degli intellettuali. Ma dal momento che nessuna comunità può davvero pensare di prescindere da simili questioni, se a farsene carico non è il mondo della cultura, interverrà in sua vece qualche altra forza: a dominare nel nostro tempo è, secondo Nietzsche, quella del giornalismo, “vischioso tessuto connettivo, che stabilisce le giunture tra tutte le forme della vita, tutte le classi, tutte le arti, tutte le scienze”.  Descritti, con aristocratico dispregio, come “schiavi del tempo presente”, come “salariati”, come “lavoratori alla giornata”, i giornalisti, insieme a tutto il mondo di piccoli intellettuali e romanzieri “alla moda” che popolavano la carta stampata, vengono considerati come i massimi agenti di un processo di imbarbarimento del gusto che stava rendendo impossibile il fiorire di una autentica cultura. Di questioni affini Nietzsche aveva già parlato ne La nascita della tragedia. La dura requisitoria lanciata in queste conferenze contro la cultura utilitaristica, antiartistica ed accademica del suo tempo può far meglio comprendere quanto Nietzsche aveva scritto su Socrate e sull’“ottimismo”della sua dialettica: avverso per scelta filosofica alla cultura storica, anche a rischio dell’anacronismo, Nietzsche aveva attaccato, in Socrate e nella logica dialettica da lui scoperta, nient’altro che una ipostatizzazione dei tratti di quella industria culturale che vedeva nascere ai suoi tempi nella stampa e nelle università, opponendovi l’opera d’arte totale wagneriana e lo spirito originario della tragedia greca. Scrivere sui greci e sull’avvenire della scuola tedesca non erano insomma che mezzi differenti per uno stesso fine, quell’inattualità del pensiero che Nietzsche descrisse come un agire “contro il tempo, e in tal modo sul tempo e, speriamolo, a favore di un tempo venturo” (tratto da giornalecritico.it).

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