Gli esami di Maturità si avvicinano, ecco allora alcune proposte di mappe concettuali per arrivare preparati al colloquio orale.

Mappa Concettuale Liceo Classico: IL TRENO E LA MACCHINA

1)        Storia:  La locomotiva a vapore – Prima/Seconda Rivoluzione Industriale

2)        Filosofia: Marx e Nietzsche

3)        Inglese: Victorian age con Charles Dickens e Emily Dickinson ” I like to see it lap the miles”

4)        Letteratura italiana: Carducci e il progresso – Inno a Satana

5)        Storia dell’arte: Il Futurismo

6)        Scienze: Il principio d’inerzia e l’attrito

Si definisce “rivoluzione industriale” quel processo di evoluzione economica che da sistema agricolo-artigianale-commerciale conduce ad un sistema industriale moderno caratterizzato dall’uso generalizzato di macchine azionate da energia meccanica e dall’utilizzo di nuove fonti energetiche inanimate (come i combustibili fossili), il tutto favorito da una forte componente di innovazione tecnologica e accompagnato da fenomeni di crescita, sviluppo economico e profonde modificazioni socio-culturali e politiche. Spesso si distingue fra prima e seconda rivoluzione industriale. La prima riguarda prevalentemente il settore tessile-metallurgico con l’introduzione della spoletta volante e della macchina a vapore, nell’arco di tempo compreso tra il 1780 e il 1830. La seconda rivoluzione industriale viene fatta invece convenzionalmente partire dal 1870, con l’introduzione dell’elettricità, dei prodotti chimici e del petrolio. Le nuove tecnologie e una nuova organizzazione dei capitali sono le premesse per affrontare la prima grande impresa che vede come protagonista l’Inghilterra: la costruzione di una rete nazionale di ferrovie. La ferrovia e la macchina a vapore divengono presto i simboli della rivoluzione industriale e la molla di quello che viene definito il trasferimento della rivoluzione industriale sul continente. Negli anni seguenti anche Germania, Austria, Russia e Svizzera fecero partire i loro primi convogli ferroviari, cosa che in Italia avverrà solo nel 1839. Ma il paese che più di ogni altro sfruttò l’esperienza inglese, facendo rapidamente del treno non solo il perno centrale del proprio sistema di trasporti, ma anche il principale fattore propulsivo del processo di industrializzazione furono gli Stati Uniti, che, intorno al 1850, disponevano della più vasta e meglio attrezzata rete ferroviaria del mondo. Nella seconda metà dell’800, la costruzione di grandi ferrovie come la Transiberiana e la Costantinopoli-Baghdad contribuisce ad abbattere i tempi di percorrenza e a diminuire le distanze, ma se la locomotiva e la macchina a vapore possono essere considerate i simboli della rivoluzione industriale dell’800, il motore a scoppio e l’automobile rappresentano il simbolo del nuovo secolo, ed è proprio nel ‘900 che si assiste all’affermazione del nuovo modello produttivo. La catena di montaggio è presto introdotta da Henry Ford, un’innovazione che cambierà drasticamente il lavoro all’interno delle fabbriche accelerando quel processo di trasformazione avviato in precedenza da Frederick Taylor. E’ l’avvento dell’era della sottomissione dell’uomo alla macchina. L’attività produttiva si fa sempre più specializzata e anonima e la nuova figura dell’addetto macchina diviene sinonimo di alienazione.

I rischi correlati alla sottomissione dell’uomo alla macchina e al lavoro alienato furono già avvertiti fin dall’avvento della rivoluzione industriale stessa e studiati dai primi socialisti, Marx in primis. Egli riconosce alla borghesia il merito di avere soggiogato le forze naturali, creato le macchine, applicato la chimica all’industria e all’agricoltura, inventato la navigazione a vapore, le ferrovie, i telegrafi elettrici, e quindi avviato un impressionante processo di meccanizzazione, ma proprio questo processo sarà oggetto di critica da parte dello stesso Marx nell’opera “Il Capitale”. Nella nuova realtà non c’è più posto per “l’umanità”, gli uomini sono ridotti a mero accessorio delle macchine, a meri strumenti al servizio di queste. Per Marx il lavoro socialmente inteso è antropogeno, cioè è il lavoro che fa essere l’uomo, che lo fa essere veramente tale, ma il sistema produttivo fondato sulla proprietà privata rende il lavoro una costrizione. Il lavoro è quindi definito alienato. Secondo Marx, per combattere questa alienazione, che è la fonte dei più grandi mali dell’uomo in quanto genera una contraddizione (tanto più l’operaio produce ricchezza quanto più si impoverisce perché produce una ricchezza che gli viene sottratta materialmente), l’uomo dovrà eliminare la proprietà privata, dovrà distruggere la borghesia ed il suo sistema capitalistico. Anche Friedrich Nietzsche, il filosofo tedesco che tanto influenzerà il Novecento, affronta il problema del lavoro operaio e delle macchine. Egli vede nella macchina un pericolo sociale e politico, poiché questa, pur essendo un prodotto di alte energie mentali, attiva energie di carattere inferiore e scarsamente intellettuali, non dà la spinta a salire più in alto ed umilia l’operaio togliendogli la soddisfazione del prodotto del proprio lavoro, negandogli ogni orgoglio e annullandone l’individualità. La Macchina, continua Nietzsche nell’aforisma 288, sottrae al pezzo di lavoro il suo orgoglio, il suo pezzetto di umanità. Secondo il filosofo tedesco l’operaio addetto alla macchina ha minore dignità di quanto ne avesse lo schiavo nell’antichità.

La critica alla macchina, tale è il suo potere rivoluzionario, coinvolse anche le arti. L’Uomo, all’interno di una simile società industrializzata e materialista stava diventando egli stesso una macchina come prefigurò criticamente lo scrittore inglese Charles Dickens nella sua opera Hard Times (1854), mentre la scrittrice Emily Dickinson, nella poesia I Like To See It Lap The Miles (1862), si scaglia contro il progresso riversando tutta la sua indignazione verso il treno, simbolo stesso della rivoluzione industriale. Il linguaggio e le metafore usate attribuiscono qui alla macchina caratteristiche proprie del mondo animale, ma, sotteso all’apparente entusiasmo dell’autrice, in realtà questo mostro meccanico alla Dickinson non piace affatto! Il treno sembra essere una sventura per il mondo naturale e il fatto che non venga mai nominato sta a significare che una simile diavoleria non può essere che qualcosa di assolutamente negativo e inopportuno.

In Italia, sarà in particolare Carducci ad esprimere le sue posizioni contrastanti verso il progresso. In “Inno a Satana”( 1863) egli definirà il treno come un “bello e orribile mostro”, vengono sottolineate la velocità della sua corsa e l’ampiezza degli spazi che attraversa. Il fischio del treno è un grido di vittoria, il suo cammino, segno del progresso, è portatore di benessere ed i popoli devono dargli il dovuto omaggio, offrire come dice il testo “incensi e voti al nuovo Dio”. In “Alla stazione in una mattina d’autunno” (1877) il treno è invece visto come un empio mostro ed è considerato in opposizione radicale ai valori dell’intimità e della classicità, dell’amore e della bellezza. Il progresso tecnico e la vita moderna sono respinti in quanto sinonimi di insignificanza, di vuotezza, di tedio che rendono gli uomini simili a inerti fantasmi e la vita eguale ad un lugubre inferno.

Il culto della macchina è invece centrale nell’ideologia futurista. Essi eleveranno le linee diritte e le forme aerodinamiche, tipiche del mondo industriale, a nuova forma d’arte. Il movimento ebbe origine a Torino, grazie al lavoro e alle idee di Filippo Tommaso Marinetti che, auspicando un radicale rinnovamento dell’arte italiana, per primo ripudiò la tradizione, le scuole accademiche, i musei,  le mostre d’arte tradizionali e tutta la produzione artistica passata, raccogliendo le sue idee nel Manifesto del Futurismo. La nuova tecnologia dei mezzi di trasporto appassiona i pittori futuristi nella sfida rappresentata dallo sforzo di fissare sulla tela oggetti in movimento. Automobili, aereoplani, treni, biciclette, colti principalmente nel loro dinamismo, sono simbolo delle nuove conquiste dell’uomo sulla natura e rientrano nella più generica esaltazione della macchina tipica di questa corrente artistica. Del 1911 sono i dipinti La stazione di Milano di Carrà e Gli addii di Boccioni, mentre nel 1912 Russolo compone Dinamismo di un treno.

E a proposito di dinamismo e movimento ci ricolleghiamo alla prima legge di Newton che, per descrivere il principio d’inerzia, afferma : Un corpo rimane nel suo stato di quiete o di moto uniforme fintantoché non agiscano forze a modificarne lo stato. L’attrito costituisce invece la forza che si oppone al movimento di due corpi. La forza d’attrito che si manifesta tra superfici in quiete tra loro è detta di attrito statico, mentre tra superfici in moto relativo si parla invece di attrito dinamico. L’attrito può essere dannoso o utile a seconda del campo in cui ci troviamo ad operare. E’ dannoso, e perciò si cerca di limitarlo, quando si vuol far muovere un corpo (le forme aerodinamiche sono studiate proprio per ridurre l’attrito), mentre ci viene in aiuto quando vogliamo fermare o rallentare un corpo. L’attrito dipende 1) dalla natura chimica delle superfici a contatto (cioè i materiali di cui sono costituite); 2) dallo stato fisico delle superfici a contatto (lisce o ruvide, asciutte o bagnate o lubrificate…); 3) dalla forza premente (determina la profondità dei micro-incastri responsabili dell’attrito).

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