E se stessimo vivendo una specie di sboom? Una marcia indietro che forse non ci aspettavamo. Dopo la sbornia della tecnologia che tutto potenzia e ogni cosa arricchisce, potremmo trovarci nel pieno di una straniante condizione di calibrazione, riposizionamento mentale, orientamento. Scoprendo, dopo almeno un quindicennio di profonda rivoluzione dei paradigmi, che in fondo no, studiare su pc e tablet non ci rende più intelligenti né più elastici. Al contrario, ci fa incassare voti peggiori agli esami.

In periodo di prove di fine anno, dalle scuole elementari alle medie inferiori fino alle superiori con la maturità, senza considerare la sessione d’esami estiva negli atenei di tutta Italia, uno studio come quello appena sfornato da Mit di Boston assume una rilevanza notevole. Per l’implacabile sentenza che si porta dietro: gli studenti universitari che usano laptop e tavolette in classe per prendere appunti e in generale per studiare rimediano valutazioni peggiori di quelli che procedono ancora alla vecchia maniera, carta e penna. Al massimo, registratore.

Quali sono le ragioni? Quelle che chiunque sia stato all’università conosce bene: metà del lavoro sta nel seguire con attenzione le lezioni. Al contrario, la bulimia di dispositivi hi-tech sembra condurre a continue distrazioni. Si naviga su internet, si chatta con gli amici, si controlla la posta elettronica, si svolgono lavori o compiti assegnati da altri corsi. Intanto il professore parla. E parla, e parla. Senza che da quelle parole si riesca a cavare qualcosa di sensato. Un filo logico in grado di condurci per mano, una volta a casa, fra le centinaia di pagine da studiare. Quel bel mucchietto di fogli che ci aiutava, già nella sua forma a mano o una volta ribattuto al pc, a stamparci nel cervello quei concetti. Sostenendoci, una volta all’esame, con la forza della memoria visiva, salvagente di generazioni di studenti.

Stando a un interessante working paper appena pubblicato (si tratta di un documento aperto, una ricerca ancora in divenire) firmato da Susan Payne Carter, Kyle Greenberg e Michael Walker, gli studenti che si portano computer e tablet in aula prendono oltre tutto meno appunti. E producono anche effetti sui docenti, che finiscono per relazionarsi in modo diverso con questi ragazzi. Impossibile, d’altronde, che la separazione fisica generata da quei prodotti non partorisse un contraccolpo concreto.

I nostri risultati indicano che gli studenti che usano laptop e tablet ottengono risultati peggiori quando c’è una tecnologia disponibile” hanno scritto i ricercatori. Di quanto? Non poco: in media i voti degli esami sono più bassi del 18% rispetto a quelli degli studenti che hanno assistito alle lezioni senza gadget fra le mani. In qualche modo, far fuori i dispositivi corrisponde a “incrementare la qualità dell’insegnamento”. Questo non significa certo che multimedialità e interattività non abbiano prodotto ricadute positive. Ma che non c’è merce più rara e preziosa dell’attenzione, possibilmente interessata. Chi ben ascolta è infatti a metà dell’opera. Senza contare che è in grado di scatenare il pensiero strategico, desumendo i temi più cari al professore in vista dell’esame o del test.

Un’indagine che si accoda a un’altra recente ricerca che ha scoperto come leggere sugli schermi dei computer e degli smartphone non è come leggere su carta. Cosa succede? Che non riusciamo a capire del tutto ciò che abbiamo sotto gli occhi. Un’altra indagine pubblicata l’anno scorso, stavolta dell’Ocse, ha fatto molto discutere: aveva messo in evidenza proprio questa fase di assestamento nell’apprendimento. Tanto da rallegrare, per assurdo, un Paese come l’Italia dove la tecnologia a scuola è poco diffusa: in un sondaggio fra gli studenti di 64 Paesi l’organizzazione parigina ha scoperto che le abilità di comprensione testuale sono scese proprio in quei contesti con più disponibilità tecnologica in classe. 

Insomma, lavori di questo tipo si stanno moltiplicando negli ultimi anni. Dalla London School of Economics al Darthmouth college. Ma una cosa è sicura: le demonizzazioni non funzionano mai. Nonostante la retorica dei supercapi della Silicon Valley, le tecnologie hanno i loro luoghi e soprattutto i loro momenti. Non è detto – e non potremo che scoprirlo sul lungo periodo, è un tema prettamente evolutivo – che viverci immersi possa migliorare tutte le nostre qualità e capacità. Per ora, il gioco sembra a somma zero.

Queste indagini – utilissime agli studenti che stanno studiando per la maturità e gli esami estivi – suggeriscono quanto meno un’indicazione importante: quella di tutelare la concentrazione, ingrediente sempre più raro in classe come a casa. Stabilendo per esempio degli orari chiari per lo studio, spegnendo lo smartphone e togliendolo dalla propria portata (tenderete a guardarlo, è tentatore) oltre a prediligere il ripasso su appunti scritti o stampati (magari arricchendo di tanto in tanto con qualche approfondimento nel web).

Può essere una strada per salvare la concentrazione e condurre una preparazione meno frammentata, di maggiore qualità, specie in quelle materie per le quali il supporto tecnologico è sostanzialmente ininfluente. Gli amici su WhatsApp potranno ben attendere un paio d’ore in cambio di un voto migliore. E soprattutto di un percorso di senso nella propria testa, che schivi il mosaico mentale fatto di implacabili interruzioni.