Il 58enne fotoreporter del Washington Post Michel du Cille è morto per un attacco cardiaco mentre si trovava in Liberia per un reportage sulla diffusione dell’epidemia di Ebola. Ad annunciarlo è lo stesso quotidiano statunitense, ricordando il tre volte vincitore del Premio Pulitzer per la sua capacità di catturare «immagini delle lotte e dei trionfi dell’uomo» e definendolo «uno dei più bravi fotografi al mondo».

Du Cille, è stato reso noto, ha avuto un malore mentre rientrava a piedi da un villaggio situato nel distretto di Salala, nella contea liberiana di Bong. Subito soccorso e trasportato in auto al più vicino ospedale, vi è giunto solo due ore dopo, già morto. Era arrivato nell’Africa occidentale martedì, per un servizio sul virus che ha già fatto quasi 6.400 morti.

“Sono stato sempre orgoglioso nei miei oltre 40 anni di carriera come fotogiornalista dell’offrire dignità ai soggetti che fotografo, specialmente quelli che sono malati o in difficoltà di fronte a una fotocamera. Il mio recente lavoro in Liberia è stata una sfida per me. Il rispetto è una delle ultime e uniche cose che il mondo può offrire a un persona che è morta o sta per morire. Ma la fotocamera stessa a volte sembra un tradimento di quella dignità che si spera di offrire (…) Come si dà dignità all’immagine di una donna che è morta e giace a terra, ignorata, non coperta e sola mentre la gente passa, o solo guarda da lontano? Ma credo che il mondo debba vedere gli effetti orribili e disumani dell’Ebola. La storia va raccontata, così andiamo in giro con dolcezza e evitando intrusioni estreme”. Queste le parole di Michel du Cille, nel descrivere al Washington Post la sua esperienza con il virus ebola, spiegandone l’approccio fotografico, l’impatto sociale e la paura di un’epidemia che non ha più confini geografici.

Michel ha iniziato la sua carriera sin da giovanissimo, ha vinto due premi Pulitzer con il giornale Miami Herald: nel 1986, con un reportage sull’eruzione del vulcano Nevado del Ruiz e nel 1988, con un lavoro incentrato sul crack a Miami. Nel 1988 ha iniziato a lavorare per il Washington Post, vincendo, 10 anni dopo, nel 2008, il terzo Pulitzer della sua carriera con un lavoro sulla cura dei veterani di guerra negli Stati Uniti. Il mondo saluta un grande fotografo.