Michelle Obama (foto by InfoPhoto) è una delle poche donne che dedica una vera e propria campagna di prevenzione all’obesità infantile in un’America sempre più sovrappeso e dove l’allarme obesità è sempre più alto.

E’ notizia di questi giorni del licenziamento, dopo le spontanee dimissioni, di Bob Grisham, allenatore di football dell’Alabama il quale, ripreso da uno studente, dichiarava: “La culona di Michelle Obama”. Il coach non è l’unico che critica il fisico della first Lady americana: anche il conduttore conservatore Rush Limbaugh e il repubblicano del Wisconsin Sensenbrenner avrebbero preso di mira con dichiarazioni pubbliche il sedere di Mrs. Obama.

Giusto a riguardo l’intervento di Andra Gillespie dell’Università di Emory: il medico spiega come da una donna di cinquant’anni non si può pretendere un fisico da venticinquenne senza contare che, per costituzione, il corpo delle donne di colore prevede, in alcuni casi, un lato B più formoso.

La cosa più divertente è il dover ancora spiegare ciò che dovrebbe essere la normalità: come si può pretendere che una donna di 50 anni, con una determinata struttura fisica, non abbia rughe o indossi una taglia striminzita dopo tre figli? E’ un po’ come quando crediamo che le immagini che ci veicolano i media siano tutti genuine e spontanee (argomento già trattato nell’articolo sull’utilizzo di Photoshop).

Addirittura c’è chi dice che la first Lady non potrebbe nemmeno parlare di alimentazione perché OBESA. L’ignoranza e la leggerezza delle persone nell’attribuire aggettivi che riguardano i disturbi alimentari è imbarazzante. L’obesità è molto grave, e di obesità si muore.

Il percorso di Michelle Obama nelle scuole mi riguarda un po’ da vicino: anche io da anni frequento le aule scolastiche per sensibilizzare i ragazzi sui disturbi alimentari. Entrambe trattiamo il tema dell’obesità e, dai commenti che si ascoltano o si leggono in rete, ci si accorge che di strada da fare ce n’è ancora tanta. E’ essenziale preparare le giovani generazioni ad avere a che fare con la diversità perché la nostra società è multirazziale già da anni e stare ancora qui a parlare della fisicità, del colore della pelle o della razza di un individuo è sinonimo di regresso e non di progresso.