Dopo il collasso temporaneo di WhatsApp, il primo messaggio arrivatomi è stato il seguente: “Micol, sei sopravvissuta alla settimana della moda?“. “Non è finita”. E’ stata l’amareggiata risposta. “Party hard” la telegrafica chiusura di Carlo, amico adorabile che preoccupato per la mia salute mentale sperava in una prematura chiusura del “teatrino della moda meneghina”. Vana speranza.

La settimana del “fashion assoluto” dura appunto una settimana. Giorni e serate intere all’insegna di qualcosa che somiglia mortalmente ad un “ultimo dell’anno forzato”, il cui motto tra i vari fashion addicted annoiati è solo uno: divertirsi. Essere a qualunque party “per pochi ma privilegiatissimi” e di nuovo “divertirsi”; flut in mano, prosecco, assaggi di tonni morti suicidi nel naviglio pavese. Tube di fine ottocento in testa, monocoli, velette, mantelli; look da Harry Potter in crisi d’identità vengono portati in giro con nonchalance, fierezza e profonda arroganza. Una semplice decoltè nera viene guardata con animalesco sospetto.

Per gli addetti ai lavori, per i pochi pr che effettivamente organizzano queste fiere degli “ego-irrisolti” la settimana della moda è un incubo diluito in sette giorni di sorrisi paralizzati, tacchi vertiginosi e di relazioni fisse col Malox. Come ormai d’abitudine i commenti migliori sulla fashion week milanese sono arrivati da Twitter, da Facebook o da qualche brillante video su Instagram.

“A Milano c’è gente vestita da Clown in attesa che cominci il Carnevale di Venezia“.

“A Viareggio per il carnevale la gente si mette in ghingheri come se dovesse andare a una sfilata, a Milano si vestono come a carnevale per andare a una sfilata. Mi sento perso”.

L’entusiasmo di Arisa per la vittoria è pari solo a quello di Cuperlo per le primarie”.

Ah già. Giusto. Il Festival di Sanremo. C’è stato anche quello. L’Italia degli hashtag si è divisa da lunedì a venerdì tra la #mfw e #perchésanremoèsempresanremo. Combattuta sui due fronti dell’attenzione mediatica, ma delusa come sempre dalla realizzazione di entrambe le manifestazioni: povertà, mancanza di idee, mancanza di sincerità (tanto per citare la vincitrice del festival) ostentazione di se, morte di fama di varia natura pascolanti per le vie del centro.

Le morte di fama le ammiro quasi sinceramente: strani mammiferi che accettano di passare ore in coda di fronte a eventi esclusivissimi (così elitari che appena metti piede all’interno del negozio, locale o simili, ti rendi conto di non riuscire a fare un passo causa folla nata dal nulla come un fungo) pur di riuscire ad arrivare al photocall, ovvero al cartellone alto tre metri per due con scritto a caratteri cubitali il nome dello stilista protagonista della festa. Una foto lì davanti vale tutto il tempo del mondo e tutte le vesciche possibili.

Postare su Instagram una foto davanti al cartone plastificato dello stilista è la prova inconfutabile che sei qualcuno: una fashion blogger di grido, una soubrette che grida, un modello che fa gridare le folle e le due categorie di sopracitate donne. E’ la prova che lo star system ti ha accettato, adottato ed invitato al suo interno. Un mondo affascinante, fatto di domande specifiche: “Che lavoro fai?” e di risposte vaghe: “Stilista… (di cosa non te lo dicono mai) sono qui perché sento un goodfeeling quest’anno e perché questa è davvero una amazing experience.Non potevo mancare”.

Certo che non poteva. Per carità. L’anglofono che ha dato la risposta in questione snobba l’italiano con tutta quell’ottusità tipica di chi non lo parla perfettamente, quasi sicuramente non ha mai venduto nemmeno un paio di calze alla merceria sotto casa ed è dotato per natura della sottile arte “de l’infiltrato senza invito“; durante i setti giorni in cui le cavalle snelle sfilano, Milano viene improvvisamente invasa da questa bizzarra umanità, quella che ha frainteso “l’esserci ” col “facciamo”, quelli che hanno scambiato “l’arte” per il “business” e se stessi per quelli in grado di dettare le regole di un gioco che subiscono.

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