M’inchino di fronte a Daks e al suo direttore creativo, l’italiano Filippo Scuffi, perché mi sanno portare lontano, tempi addietro, senza nemmeno accorgermene. Si spengono le luci, entrano quattro violinisti che annunciano l’arrivo di un gentiluomo inglese, elegante nell’anima come nella maniera, che parte per un luogo di villeggiatura.

Sono gli anni Trenta e le vacanze al mare sono ancora per pochi: l’uomo porta con sé bagagli e abiti che evocano un’atmosfera quasi cinematografica, quando si passeggiava vestiti impeccabilmente lungo il bagnasciuga di Deauville.

Al di là de La Manica, dove non fa mai caldissimo e dove il gentiluomo può continuare a indossare abiti doppiopetto, sia in piquet bianco che in pregiate lane inglesi, o il capo realizzato in spugna bianca, da indossare direttamente sulla pelle.

O ancora, le camicie, a manica lunga e abbottonate con i gemelli lucidi, insieme al panama, i guanti, le bretelle e l’anello al mignolo. Perché quel sofisticato uomo inglese non concede approssimazioni, né a se stesso né al suo look. E per questo non potevano mancare i pantaloni larghi a vita alta, con le pinces e il caratteristico “self support trousers”, la cintura autoportante ideata da Daks nel 1934.

Splendide le tonalità del verde polveroso, che ricorda il mare nei tardi pomeriggi d’inizio estate, e l’immancabile House Check, che impreziosisce maglieria (in cashmere, seta e cotone), accessori (meravigliose anche le borse in coccodrillo e struzzo) e raffinati trench.

Uno stile che si definisce da solo, che non ha bisogno di appellativi. Quel gentiluomo non ricorda né un dandy né un coloniale. Perché, diceva Oscar Wilde, “nessuno può essere libero se costretto ad essere simile agli altri… il primo dovere di un gentiluomo è quello di sognare”. Aggiungerei, di far sognare. Ed è quello che ha fatto Daks.

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credit images Margherita Tizzi, Press Office Daks