Seduta al tavolino di un bar, attendevo annoiata  Camilla. Un’amica. Personcina minuta, simpatica, intrigante. L’attendevo fissando senza vederlo, il cocktail analcolico che fingevo di bere per darmi un tono. In questi giorni a Milano c’è la “settimana della Moda Uomo”.

Come in tutte le settimane della moda che si rispettino la città è in lieve subbuglio. Modelli che sbucano fuori pure dai tombini, fotografi da “cat walk” armati di macchine fotografiche enormi appostati davanti alla fiera di “Piazza sei Febbraio” e stilisti in agitazione, ma non troppo. “L’uomo” nella moda, agita decisamente meno.

Ed è in una Milano accaldata, chiassosa ed insolitamente “maschile”, che  al tavolino di un elegante bar del centro ho, mio malgrado, ascoltato una conversazione inumana tra due addetti ai lavori del mondo della moda. Quasi certamente due booker, (ovvero due “selezionatori” di manequin) senza ombra di dubbio due imbecilli, che si riferivano alle modelle che rappresentavano in termini di “roba”. La prima domanda che ho colto è stata:

“Ma arriva dalla Lettonia un po’ di quella roba lì?”. Nello specifico stavano parlando di due ragazzette bionde poco più che minorenni. La “roba bionda” dai paesi dell’ex URSS. E nello specifico, una delle due “robe”, andava messa a dieta: “una quarantadue è decisamente troppo. Però è bella, vale la pena che perda un paio di taglie“. Mi voltai inorridita, guardandoli come si guarda un parassita. Dovette risultare evidente perché sottolinearono il concetto in coro: “Cara, la quarantadue in moda è troppo. Nessuno le obbliga a fare questo lavoro, e non siamo noi a fare le regole.”

E il discorso si chiuse lì. Loro finirono il cocktail e se ne andarono, continuando a parlare di “robe giustamente sottopeso”. Personalmente passai il resto della serata a sentirmi obesa ed a chiedermi chi facesse le regole.

Non le agenzie di moda, che alla fine procurano solo donne con taglie che vengono richieste dalle riviste; e nemmeno i giornali, che si limitano ad usare donne gradite agli inserzionisti. E infine ci sono gli stilisti. Pare che loro amino usare donnine alte, filiformi e poco rappresentative del genere femminile. E pare che non possano più esimersi dall’usare quel tipo di donna. Perché a sentir loro, la colpa sarebbe dei  compratori che davanti a sfilate con donne taglie quarantadue rimangano perplessi di fronte a misure così commerciali e vicine all’idea di “Moda donna conformata”.

Pare che una “Donna” con l’aspetto di una “Donna”, non colpisca più di un manichino vivente e che anzi, svilisca l’abito con forme inaccettabili e volgari. Ma a sentir i buyer, pare che le prime a scandalizzarsi di fronte  a “donne dotate di forme” siano proprio le clienti. Quelle che poi si lamentano delle taglie ridotte degli abiti, quelle che per entrare in un pantalone dovranno ricorrere a lassativi e quant’altro, ma che non accettano modelli di bellezza più vicini a loro. Un pasticcio. Ed intanto la filosofia del “meglio magra che sana” continua a svilupparsi. I gruppi “pro-ana” abbracciano sempre più giovani. La guerra alle “donne” viene combattuta da tutti. Senza carnefici ma continuando a mietere vittime.

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