“Non si evidenziamo elementi correlativi all’obiezione di coscienza”, questo scrivono gli ispettori inviati dal Ministero della Salute in merito alla morte di una donna dopo un aborto spontaneo presso l’ospedale Cannizzaro di Catania. “L’aborto, inarrestabile, è stato trattato in regime d’emergenza” si legge nella relazione che parla anche di “cure adeguate” da parte dei sanitari del nosocomio del capoluogo etneo. Medici – tutti obiettori di coscienza – che sono stati indagati per atto dovuto al fine di prendere parte all’autopsia sul corpo della donna, insieme ai propri periti.

Morta dopo aborto, ispettori danno ragione all’ospedale

Si è trattato di un “trattamento adeguato per le condizioni di rischio dal momento del ricovero” e non è stato evidenziato “alcun dato anomalo”. I parenti, tra l’altro, sarebbero stati sempre “informati e sostenuti dall’intera equipe degli ostetrici e degli anestesisti”. Alle 24, nello specifico, sarebbe iniziata l’infusione con ossitocina, in “coerenza con la necessità clinica di indurre l’espulsione del secondo feto che avviene all’1.40 del 16 ottobre”. In questo caso sarebbe stato coinvolto un “secondo anestesista” e sarebbero stati “somministrati farmaci appropriati”.

Dunque non ci sarebbe stata alcuna correlazione tra la morte della donna e l’obiezione di coscienza del medico; e non sarebbero state rilevate irregolarità nel trattamento della paziente poi deceduta. Adesso la parola passa alla Procura di Catania che dovrà far luce sull’accaduto.