L’Espresso lancia l’allarme: in Italia ogni anno vengono inaugurate 11mila esposizioni d’arte (32 al giorno, una ogni 45 minuti)… Undicimila?  Di queste, a malapena ne vengono pubblicizzate in maniera decente un decimo, e le più sono  allestite “con i piedi”, disperse in borghi sconosciuti, e si rivelano essere classificabili con due parole: indecente spreco.

Il dato, scaturito dalla ricerca “Le Mostre al tempo della crisi. Il sistema espositivo italiano negli anni 2009-2011” della Fondazione di Venezia per Florens 2012, elegge la nostra nazione a “dispendioso mostrificio”: a dispetto della crisi, ad esempio, nella sola Lombardia sono allestite nel 2009 ben 1.776 mostre, nel Lazio 1.245, nella Toscana 992; più artisticamente attivo quindi il nord rispetto al resto d’Italia, e in questo caso parliamo di nota di demerito più che del contrario.

Le tematiche espositive prevalenti sono legate all’arte contemporanea (certificata erroneamente solo dalla permanenza in vita dell’artista e non dai canoni tradizionali) pari al 66,4%, seguita dalla fotografia presente con un 10,4% , dalle esposizioni documentarie (4,3%) e da tutta una serie di categorie differenti e presenti in misura nettamente inferiore.

Si programma poco e male, soprattutto nei piccoli borghi e nelle zone cittadine periferiche, dove non si tiene conto dei livelli di offerta e si creano inutili rivalità che non contribuiscono a  incrementare il flusso di visitatori già decisamente basso nonostante nove mostre su dieci siano a ingresso libero (e meno male, altrimenti non basterebbe il reddito di una vita per riuscire a guardarle tutte).

Ultimo dato destabilizzante: le esposizioni durano in media meno di 30 giorni confermando il loro ruolo di “disturbatrici” da investimenti più grossi, fruttuosi, e artisticamente significativi: considerando che a strutture storiche, come la Reggia di Caserta, arrivano a fatica cifre pari a 200 mila euro annui per la manutenzione straordinaria (pari a 1 euro a metro quadro di superficie lorda pavimentale), capite bene quanto in questo caso l’arte sia “da imparare e metter da parte”.