È crisi nera quella che sta vivendo a Gela il Movimento 5 Stelle. Il sindaco Domenico Messinese potrebbe infatti essere espulso dal partito, perdendo il diritto di utilizzare il simbolo e dovendo di fatto dire addio al sostegno di parte della base.

Le controversie interne sono assurte agli onori della cronaca il 28 dicembre quando il primo cittadino di Gela ha deciso di liberarsi di tre assessori della sua giunta, Pietro Lorefice ai Trasporti, Ketty Damante all’Istruzione e Nuccio Di Paola alla Programmazione.

Il terzetto, tutti militanti che erano stati scelti direttamente dalla base, erano stati indicati come elementi di disturbo interno che avrebbero impedito la prosecuzione dei lavori: “Gli assessori non lavoravano più per il bene della città, facevano summit esterni, tramavano contro la mia amministrazione: la fiducia era venuta meno ed io devo dare risposte ai cittadino”.

Messinese si dice poi sorpreso delle attenzioni che lo riguardano, avendo dovuto preoccuparsi di altri problemi: “Mi meravigliano queste notizie in merito a discussioni delle quali sono mai stato informato. Non si parla a Gela di persone che hanno perso il posto di lavoro o dei casi di malformazione natale, dei casi di tumore. Non ho sentito il direttorio, non li sento da un po’. Un conto è se hanno lasciato libertà di gestione amministrativa, altra se invece lo hanno fatto per abbandonare un sindaco. Io sono del Movimento 5 Stelle perché la trasparenza e l’onestà sono dentro di me.”

Ma sono proprio onestà e trasparenza l’oggetto del contendere, dato che a non andare già al Movimento sarebbe in primis la linea a favore dell’Eni tenuta in questi mesi, come sostiene Virgina Farruggia, presidente della Commissione Ambiente: “Messinese ha tenuto una linea contraria ai principi del movimento che non prevede alcuna trattativa: l’azienda deve garantire il futuro dei lavoratori dopo avere devastato questo territorio”.

Vengono poi contestate le ben ventisette deleghe assegnate a Simone Siciliano, vicesindaco estraneo al Movimento 5 Stelle, e alla mancata applicazione della consuetudine degli attivisti di ridurre le indennità. Sotto osservazione anche le cento missioni istituzionali organizzate in soli cinque mesi.

È poi di due giorni fa la notizia dell’espulsione della senatrice 5 Stelle Serenela Fucksia decisa da un referendum online.

La colpa della donna sarebbe stata quella di non aver restituito lo stipendio da parlamentare, come si legge in un post del blog di Beppe Grillo: “Chi non restituisce parte del proprio stipendio come tutti gli altri non solo viola il codice di comportamento dei cittadini parlamentari MoVimento 5 Stelle, ma impedisce a giovani disoccupati di avere ulteriori opportunità di lavoro oltre a tradire un patto con gli elettori. A differenza di tutti gli altri suoi colleghi, la senatrice Serenella Fucksia non ha ancora restituito le eccedenze degli stipendi di aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre 2015, così come richiesto dallo Staff e nonostante i diversi solleciti inoltrati con scadenze in data 8, 21 e 26 dicembre.”

La senatrice, pur portando alla luce motivi di salute per il ritardo, ha deciso di rispettare la decisione della base, ma al contempo ha denunciato un clima di tensione e paranoia nel Movimento che le sembra controproducente. Di un paio di settimane fa invece l’espulsione del candidato a Bologna che aveva chiesto le primarie.