Prosegue al Museo del Novecento la mostra “Munari politecnico”, il racconto che fino al 7 settembre ci guiderà alla scoperta di una figura d’intellettuale poliedrico, del suo ruolo nell’arte italiana e europea nel corso del XX secolo e dei legami che lo hanno portato a divenire l’eclettico protagonista di numerosi movimenti. In mostra opere provenienti dal fondo Vodoz-Danese, associazione fondata da Jacqueline Vodoz e Bruno Danese che nella molteplice veste di amici, collezionisti, editori e industriali, per decenni hanno sostenuto e incentivato Munari a sperimentare linguaggi, fungendo spesso da complici di alcuni incontri e sconfinamenti.

La fantasia è una capacità dello spirito capace di inventare immagini mentali diverse dalla realtà dei particolari o dell’insieme: immagini che possono anche essere irrealizzabili praticamente. La creatività invece è una capacità produttiva dove fantasia e ragione sono collegate, per cui il risultato che si ottiene è sempre realizzabile praticamente”. Così lo stesso Munari raccontava l’origine e il senso del proprio talento: un’attività che nasceva dalla fantasia per approdare nella realtà dando vita alla “cultura del progetto” contemporanea.

L’obiettivo di “Munari politecnico” è dunque proprio quello di rivelare la matrice artistica dell’ispirazione di Munari, rileggendo la collezione Vodoz – Danese e ponendola in dialogo con alcuni artisti che hanno condiviso i momenti originari della sua ispirazione, come Gillo Dorfles e Carlo Belloli.

Le prime quattro sezioni della mostra sono dedicate rispettivamente: agli orientamenti artistici giovanili; al suo rapporto con la ricerca scientifica; all’arte come matrice generative di nuovi approdi disciplinari e alla produzione artistica durante il susseguirsi di diversi movimenti novecenteschi.

Accanto alla mostra principale, un focus speciale è poi dedicato all’opera fotografica, in parte inedita, di Ada Ardessi e Atto, che per oltre quarant’anni hanno documentato il percorso creativo di Munari. Il titolo di questa mostra nella mostra è “Chi s’è visto s’è visto”, locuzione spesso utilizzata dall’artista per sovvertire il rapporto tra la rappresentazione del sé, la dimensione visuale del ritratto e le sue apparenze.