Da alcuni giorni negli Stati Uniti è montata un’ondata di proteste contro una serie di provvedimenti presi dal Presidente Donald Trump che riguardano l’immigrazione e i diritti dei rifugiati, e che sono stati raggruppati sotto il nome collettivo di Muslim ban (per quanto la denominazione non sia propriamente corretta).

Ma cosa prevedono queste misure, che il presidente definisce come straordinarie e necessarie per la sicurezza nazionale? Partiamo dagli ordini che riguardano il programma di accoglienza degli Usa.

Donald Trump ha ordinato che l’ammissione dei rifugiati negli Stati Uniti sia sospesa per 120 giorni, nonostante il regime sia già molto severo e le condizioni per ricevere il permesso di ingresso siano molto strette (si va dai 18 ai 24 mesi per esaminare le richieste ed effettuare i controlli di background dei richiedenti). Trump ha chiesto misure ancora più rigide, per quanto queste non siano ancora state definite.

Nello specifico è stato sospeso anche l’intero programma di accoglienza dei profughi siriani: nel 2016 sono stati circa 12500 i siriani entrati negli Stati Uniti (cifra non elevata, se confrontata con i 300mila arrivati in Germania).

L’ordine più severo, che ha provocato i maggiori fraintendimenti, e che ha dato origine alla denominazione di Muslim ban, è quello del divieto di ingresso per le persone provenienti da sette Paesi a maggioranza musulmana (Iran, Iraq, Sudan, Siria, Libia, Somalia e Yemen) per un periodo di 90 giorni. La misura è molto vaga, ed è stata applicata in modo differente dalle autorità che la hanno recepita, tanto da portare a scontri di carattere giudiziario.

Ann Donnelly, giudice federale di New York, e un altro giudice in Virginia, hanno infatti emesso delle ordinanze che bloccano temporaneamente il provvedimento, mentre la Home Security lo ha applicato alla lettera, arrivando persino a negare l’accesso a residenti regolari negli Stati Uniti e possessori di green card. È stato fatto notare che non sono presenti Paesi coinvolti direttamente in operazioni terroristiche come Egitto, Turchia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi, esclusi forse per ragioni di convenienza economica e partnership.

L’ordine riguarda anche i cittadini dei 7 Paesi con doppio passaporto, ma anche in questo caso il provvedimento non è chiaro, rendendo la sua interpretazione piuttosto libera: per esempio il diritto alla cittadinanza può essere dato anche solo in base alla nascita o alla parentela, senza la necessità di residenza per lungo periodo in un determinato Stato.

Donald Trump ha poi chiesto che venga data priorità ai rifugiati di una religione minoritaria nel Paese in cui provengono. Nella pratica la misura tende a favorire i profughi cristiani, in teoria riconosciuti come svantaggiati, ma nella pratica non meno protetti dei musulmani (nel 2016 sono stati 37500 contro 38900 di fede islamica).

Infine il numero totale di rifugiati negli Stati Uniti nell’anno 2017 non potrà superare le 50mila unità, ed è stata ordinata una revisione dei criteri di accettazione dei singoli Stati.

Il Muslim ban rischia di svuotare numerose istituzioni come università, ospedali, compagnie informatiche, e molti altri ambiti: i lavoratori regolarmente assunti e da anni nel Paese, solo perché provenienti dai 7 Paesi ritenuti non sicuri e a rischio terrorismo potrebbero essere minacciati di deportazione, oppure potrebbe non essere loro garantito il rientro negli Usa nel caso di un viaggio in un altro Paese.