Le origini della parola namaste (o namasté, namasteé) sono molto antiche. Derivata dal sanscrito e composta da “namas”, che significa “saluto”, “reverenza” (da “nam” = “prostrarsi”, “inchinarsi” ) e dal suffisso “te” = “a te”, l’ espressione è letteralmente traducibile in “mi inchino a te“. Il suo significato è tuttavia molto più profondo: la parola namaste (nata nella zona di India e Nepal circa 3000 anni fa) viene infatti utilizzata in molte regioni dell’ Asia come forma di saluto, sia quando ci si incontra che quando ci si lascia, ma anche per ringraziare, chiedere qualcosa e come segno di rispetto, accompagnata dal gesto simbolico (“mudra”) di congiungere le mani in segno di preghiera, unendo i palmi con le dita rivolte verso l’ alto e tenendole all’ altezza del petto, facendo al contempo un leggero inchino col capo. La parola acquista quindi profonde valenze spirituali e la sua  traduzione più corretta consiste in “mi inchino alle qualità divine che sono in te” (o “la scintilla divina che è in me riconosce la scintilla divina che è in te”; “unisco il mio corpo e la mente, concentrandomi sul mio potenziale divino, e mi inchino allo stesso potenziale divino che è in te”). Significato ultimo di questo saluto è dunque il riconoscimento dell’ uguaglianza e della sacralità che sta in ognuno di noi, stabilendo così una sorta di connessione tra le persone, alle quali ci si approccia con atteggiamento di profonda umiltà (altro significato di namaste è infatti “niente mi appartiene”).

Nata in seno alla religione buddhista e indù, la parola namaste è oggi piuttosto diffusa anche in occidente, in particolar modo tra coloro che apprezzano le filosofie e le religioni orientali o, più semplicemente, tra chi pratica yoga, ove viene usata, assieme al suo mudra, come completamento di alcune asana (posizioni) durante le fasi meditative.