Un ennesimo caso di malasanità a Napoli. A farne le spese, Ernesto Biancolino 34 anni, autista precario e papà di un bambino di sette anni, morto in barella per il freddo, nel reparto di rianimazione del San Giovanni Bosco all’alba di giovedì scorso. E’ il padre Vincenzo a raccontare come sono andati i fatti:

“Mi diceva ”papà, sto morendo dal freddo. Tocca le mie braccia, sono congelate. Non riesco neppure a muovere le mani”. Ed io gliele stringevo quelle mani, fredde come il ghiaccio. E invocavo aiuto, chiedevo di spostare la barella di mio figlio lontano da quella finestra rotta, dalla quale arrivava il gelo della notte. Fino a quando non ho fatto il pazzo, ho urlato e poi ho chiamato la polizia.”

Papà Vincenzo non si da pace:

“Sono state dette cose imprecise. Per esempio che abbiamo rifiutato il ricovero in un’altra struttura. È vero, abbiamo detto no al trasferimento. Ma solo perchè avremmo dovuto affrontare una nuova viacrucis. E io non volevo ricominciare tutto daccapo. Radiografie, esami. Per un ricovero comunque in barella” -continua- è stato detto che mio figlio aveva altre patologie. Ma un po’ d’ansia mica provoca la morte per soffocamento? Nè l’alterazione delle transaminasi può uccidere un ragazzone di un metro e 80. La verità è che me l’hanno ucciso. Ora dopo ora Ernesto è stato lasciato morire nell’indifferenza. E l’autopsia ci darà ragione”.

Sul caso interviene l’avvocato Angelo Pisani che assieme al fratello Sergio assiste la famiglia, sottolineando le precarie condizioni del sistema sanitario campano:

“La tragedia di Ernesto è la chiara dimostrazione di una rete dell’assistenza sanitaria che, invece di somministrare cure, può trasformarsi in autentiche forme di tortura, con un trattamento disumano degli ammalati. La magistratura farà luce sui veri responsabili e in tal senso sono già partite tutte le indagini difensive. Ma fin da subito va denunciato un sistema sanitario che nel suo complesso in Campania offre drammatiche prove di inefficienza assoluta e spaventosa inadeguatezza. E questo, nonostante l’impegno, che talora sfiora l’eroismo, di tanti medici e infermieri di trincea”.

Il racconto di quella lunga notte

“Quella notte la polizia arrivò. -racconta il papà di Ernesto- Ma nel frattempo qualcuno spostò la barelle di mio figlio dalla finestra. L’agente stilò un verbale. Poi si avvicinò alla finestra un cu vetro rotto era coperto da un cartone e disse: ”mammamia, sembra la Siberia”. Ebbene, se ci sarà un processo quel poliziotto deve venire a testimoniare. Deve raccontare del freddo di quella notte!”.

L’uomo è un fiume in piena e adesso chiede giustizia affinché una cosa del genere non accada mai più. Poi conclude il suo racconto con l’ultima straziante immagine che ha del figlio ancora vivo:

“Aveva gli occhi sbarrati, faticava a respirare, gli mancava l’aria. Mi stringeva forte la mano. Poi lo hanno portato via, in rianimazione. Prima di comunicarci della sua fine hanno chiamato le guardie giurate. Sapevano di avere la coscienza sporca e temevano che noi familiari di Ernesto avremmo spaccato tutto. Ma noi siamo gente perbene. E la giustizia arriverà dai giudici”.