L’inchiesta Ndrangheta stragista della procura di Reggio Calabria potrebbe svelare nuovi dettagli sulle stragi frutto della strategia di destabilizzazione dello Stato che sconvolsero l’Italia tra il 1993 e il 1994.

Oltre che la mano dei Corleonesi nelle bombe in via dei Georgofili a Firenze, via Palestro a Milano e San Giorgio al Velabro a Roma, vi sarebbe quella della ndrangheta negli attentati in Calabria che provocarono la morte dei carabinieri Antonino Fava e Giuseppe Garofalo e il ferimento di altri due.

Sarebbe stata Cosa Nostra a chiedere alla ‘ndrangheta di partecipare: questa la tesi del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, il sostituto procuratore della Dna Francesco Curcio, e i poliziotti della Squadra Mobile della Questura di Reggio Calabria a seguito di un’inchiesta durata più di quattro anni e che ha previsto l’ascolto di decine di pentiti e collaboratori di giustizia, tra cui Antonino Lo Giudice, Gaspare Spatuzza e Giovanni Brusca.

Sarebbe stato Totò Riina a chiedere la cooperazione della ‘ndrangheta, ma a dare il via agli attentati ai carabinieri sarebbe stato il suo arresto nel gennaio del 1993, a seguito delle stragi di Capaci e via D’Amelio. Dopo tre incontri tra mafiosi e ‘ndranghitisti le cosche portarono a termine gli attentati contro il corpo militare reo di aver catturato il boss dei boss.

Le indagini hanno portato questa mattina all’arresto di Rocco Santo Filippone, oggi 77enne, vertice del mandamento tirrenico della ‘ndrangheta durante gli eventi, e ancora a capo della della cosca Filippone, legata a doppio filo alla famiglia dei Piromalli che opera a Gioia Tauro.

Mandato di arresto anche per Giusepe Graviano, già in carcere, a capo del mandamento palermitano di Brancaccio, riconosciuto come il coordinatore delle cosiddette stragi continentali.