Di certo, sapevano dove andarla a cercare. E l’hanno trovata, in un campo della Brianza. Se le analisi confermeranno l’identificazione dei resti, almeno la figlia Denise avrà una tomba su cui piangere la madre Lea Garofalo, collaboratrice di giustizia scomparsa nel nulla tre anni fa. Di lei si sapeva solo che era stata uccisa dall’ex compagno Carlo Cosco, appartenente a un clan della ‘ndrangheta, e da altri cinque uomini, tutti e sei condannati all’ergastolo in primo grado nel marzo scorso. E si pensava che il suo corpo fosse stato sciolto nell’acido. Almeno fino a oggi, quando il quotidiano La Stampa ha anticipato in un articolo il ritrovamento dei resti della donna. Notizia che la Procura di Milano ha confermato.

Il recupero delle ossa è stato reso possibile da nuovi sviluppi nelle indagini. Qualcuno, anche se non sono stati forniti dettagli sulla sua identità, ha detto agli inquirenti dove scavare e questo dà una notevole certezza che quei resti siano della Garofalo. A confermarlo, anche alcuni monili e una collana che sarebbero appartenuti alla collaboratrice di giustizia. Ora bisognerà attendere l’esito degli esami del Dna per poter dichiarare ufficialmente che il corpo è quello della pentita di ‘ndrangheta. Se così fosse, si saprebbe anche com’è morta: strangolata e poi bruciata, anziché uccisa a colpi di pistola e sciolta nell’acido in un terreno come si era pensato finora.

Di Lea Garofalo non si avevano notizie da tre anni esatti. Era la sera tra il 24 e il 25 novembre, infatti, quando è stata vista per l’ultima volta, ripresa dalle telecamere di sicurezza mentre passeggiava con la figlia a poca distanza dal Cimitero monumentale, poco prima di recarsi in via Montello all’appuntamento con il padre della ragazza, Carlo Cosco, per parlare proprio di lei. Una scusa banale, che nascondeva una trappola mortale per zittire quella donna che aveva parlato troppo. E così lei si è trovata, sola e indifesa, contro sei uomini: l’ex compagno, i fratelli Giuseppe e Vito, i loro complici Carmine Venturino, Massimo Sabatino e Rosario Curcio.

A lei imputavano la colpa di avere raccontato agli inquirenti tutti i segreti delle faide interne tra la sua famiglia e il clan Cosco. Lea Garofalo, nata a Petilia Policastro nel crotonese nel 1974, era diventata collaboratrice di giustizia nel 2002 e fino al 2006 aveva vissuto sotto protezione. Il provvedimento era stato revocato e lei aveva fatto ricorso al Tar e al Consiglio di Stato perché venisse ripristinato. Un anno dopo, nel 2007, venne riammessa al programma ma, appena due anni dopo, fu lei a decidere di uscirne per tornare a vivere a Campobasso e cercare di riprendere i rapporti con l’ex compagno. E’ stato proprio lui, qualche mese dopo, ad attirare la figlia e la donna a Milano, con la scusa di fare spese e parlare del futuro di Denise. Un futuro che, la ragazza allora non poteva immaginarlo, avrebbe dovuto affrontare senza la madre al suo fianco.